Crisi politica in Costa d'Avorio

fonte dati www.misna.org

20 maggio 2011 - INVESTITURA PRESIDENTE, CLIMA DI FESTA E VOGLIA DI PACE
“Ormai ci siamo, il presidente Ouattara sta per arrivare a Yamoussoukro dove da una settimana intensi preparativi sono in corso: per le strade ci sono bandiere della Costa d’Avorio, le donne portano vestiti che ritraggono il capo dello stato. Tanta gente è già arrivata in città per partecipare alla festa, ci saranno concerti e spettacoli” dice alla MISNA una fonte missionaria contattata nella capitale politica, Yamoussoukro (centro), alla vigilia dell’investitura del presidente eletto, Alassane Dramane Ouattara, a quasi sei mesi dal contestato ballottaggio del 28 novembre che ha portato il paese sulla strada di una lunga crisi risoltasi l’11 aprile, con l’arresto del presidente uscente, Laurent Gbagbo. “La cerimonia si terrà in un luogo simbolico, sulla spianata della Fondazione per la pace Felix Houphouet Boigny (primo presidente della Costa d’Avorio indipendente, ndr) e in città ci sono ingenti misure di sicurezza per assicurare lo svolgimento sereno dell’evento” prosegue l’interlocutore della MISNA sottolineando che per gli ivoriani rappresenta “un grande momento di speranza atteso a lungo per avviare il paese verso una nuova era di pace, di sviluppo economico, con una volontà comune di riconciliarsi dopo le divisioni politiche”.
A Yamoussoukro sono attese più di 60 delegazioni estere e 21 capi di stato dovrebbero partecipare all’investitura di Ouattara, tra cui il presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha avuto un ruolo attivo nella risoluzione della crisi, segnata dall’intervento delle forze transalpine della ‘Licorne’ al momento della cattura di Gbagbo. Non esente da critiche e dubbi la presenza dell’ex-potenza coloniale è stata spesso criticata da alcuni ivoriani per il tratto interventista in una zona di influenza politica ed economica storica per Parigi. Del resto la prossima settimana Ouattara è atteso in Francia per partecipare al vertice del G8, accanto al presidente guineano Alpha Condé e al nigerino Mahamadou Issoufou, tutti eletti negli ultimi mesi in voti considerati democratici.
Gli stessi organizzatori della cerimonia hanno deciso di puntare sulla questione cruciale della riconciliazione nazionale, scegliendo come tema “la Côte d’Ivoire rassemblée” (“una sola Costa d’Avorio”) e invitando alcuni dirigenti del ‘Fronte popolare ivoriano’ (Fpi, partito di Gbgabo) all’investitura; alcuni hanno già accettato la mano tesa di Ouattara e sembrano disposti a voltare pagina.
Anche ad Abidjan, capitale economica, tutti hanno gli occhi puntati su Yamoussoukro e seguono ad ogni ora del giorno con dirette televisive i preparativi della cerimonia. “Anche qui da una settimana ci sono grandi pulizie in corso, bandiere rosse bianche e verdi sono appese ai lampioni per creare un’aria di festa e di allegria dopo mesi difficili” dice alla MISNA una fonte missionaria del quartiere di Yopougon, ultima zona teatro di scontri tra le due forze opposte e dove “la vita riprende lentamente i suoi diritti e la gente comincia a ritornare”.
A poche ore dall’investitura un messaggio è giunto anche da Benedetto XVI che tramite il suo rappresentante speciale, monsignor George Antonysamy, ha invitato tutti gli ivoriani “a perdonare e riconciliarsi per ricostruire insieme la Costa d’Avorio per il benessere del continente africano e del mondo intero”.

10 maggio 2011 - FOSSE COMUNI AD ABIDJAN, VITTIME ANCHE ALL’OVEST
“Per ora posso confermare l’esistenza di ben dieci fosse comuni contenenti 68 corpi nel quartiere di Yopougon, più precisamente nel VI arrondissement a Doukouré, non lontano dal commissariato. A rinvenirle è stata una squadra di esperti dei diritti umani e agenti di polizia dell’Onuci in seguito a denunce presentate all’Onu” dice alla MISNA Guillaume Ngefa, vice-direttore della divisione diritti umani delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio, precisando che si tratta di un bilancio ancora provvisorio che tiene conto solo delle vittime confermate. “Le vittime sono tutte uomini vestiti da civili e la data del decesso risale al 12 aprile, giorno in cui il quartiere di Yopougon era totalmente sotto controllo delle forze dell’ex-presidente Laurent Gbagbo, ritenute responsabili di queste morti” dice ancora Ngefa, aggiungendo che “tuttavia i giovani patrioti erano vestiti da civili” per cui tra le vittime potrebbero esserci anche loro.
Un mese dopo l’arresto del presidente uscente, avvenuto ad Abidjan l’11 aprile, e a pochi giorni dall’investitura del presidente eletto Alassane Dramane Ouattara, prevista il 21 maggio a Yamoussoukro, emergono nuovi bilanci di vittime in zone finora mai segnalate come possibili teatro di violenze su vasta scala. “Effettivamente l’Onu sta anche indagando nella zona costiera a 130 chilometri ad ovest di Abidjan, in direzione di San Pedro dove vittime sono state denunciate a Dabou, Grand Lahou, Irobo ma anche a Fresco e nella regione di Sassandra (300 chilometri da Abidjan)” conferma alla MISNA il dirigente Onu, senza fornire un bilancio né indicazioni sugli autori dei crimini. Dati in merito giungono invece dal ministero della Difesa del governo del primo ministro Guillaume Soro, che riferisce della morte di 120 civili, di cui donne e bambini, uccisi tra il 5 e il 6 maggio da miliziani fedeli a Gbgabo, tra cui mercenari liberiani, in fuga da Yopougon e diretti verso la confinante Liberia. In un comunicato lo stesso ministero stabilisce che si è trattato di “omicidi mirati contro cittadini stranieri o ivoriani originari di un’altra regione, cioè in base alla loro appartenenza etnica” in quanto “sostenitori di Ouattara” mentre la regione meridionale è tradizionalmente favorevole al presidente uscente. Le uccisioni, secondo il governo, si sarebbero verificate a Grand Lahou (27 morti), a Irobo (in 16 sono stati uccisi), nei villaggi di Gonfroto e Niégréboué, dove hanno perso la vita rispettivamente 52 e 25 persone.
Il terzo fronte delle ricerche di eventuali fosse comuni e di censimento delle vittime è quello occidentale, in particolare nelle zone di Duékoué, Toulépleu e Bloléquin, dove sono ancora accampati migliaia di sfollati interni. “Per ora i dati sono sotto embargo poiché l’Onu ha concluso le sue indagini e sta per stilare il rapporto finale. In quella zona ci vengono ancora segnalate violenze episodiche alimentate da vari gruppi armati” conclude Ngefa. In un bilancio ufficiale il governo ivoriano stima in 3.000 il numero di vittime nei quattro mesi di crisi post-elettorale successiva al ballottaggio delle presidenziali del 28 novembre.
Nella caccia ai miliziani in fuga, anche le Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci) di Ouattara si renderebbero responsabili di violenze e violazioni dei diritti umani, denunciate da alcuni difensori dei diritti umani che hanno raccolto testimonianze di villaggi incendiati, di giovani incitati ad abbracciare le armi. Da alcune zone di Yopougon vengono invece segnalate perquisizioni ed esecuzioni sommarie perpetrate dalle Frci ai danni di persone vicine a Gbgabo e in generale dei membri delle etnie Guéré (dell’ex-presidente) e Bété.
Intanto proseguono le audizioni di personalità legate al presidente uscente nell’ambito delle indagini preliminari avviate dalla giustizia ivoriana: dopo l’interrogatorio di Laurent Gbagbo e sua moglie, Simone, nella località di Katiola (centro) sono stati interrogati il vice-presidente del ‘Fronte popolare ivoriano’ (Fpi, partito presidenziale), Abdramane Sangaré, e la presidentessa delle ‘donne patriote’, Geneviève Bro Grégbé, assegnati agli arresti domiciliari. Dal ‘Congresso nazionale di resistenza per la democrazia’ (Cnrd), creato da sostenitori dell’ex-presidente giunge invece la richiesta indirizzata a Ouattara di concedere la libertà ai coniugi Gbagbo e ai suoi collaboratori detenuti, invitando le nuove autorità a “impedire la caccia all’uomo” per “ristabilire un clima di sicurezza e fiducia tra gli ivoriani”.

19 aprile 2011 - A YOPOUGON LA CRISI CONTINUA, “E’ LA NOSTRA VIA CRUCIS”
“La vita quotidiana è ancora bloccata, molta gente è scappata da Yopougon per mettersi al riparo in quartieri più sicuri, da parenti o amici. Chi invece ha deciso di rimanere è soltanto per proteggere la propria casa e tutti i beni guadagnati con anni di duro lavoro. Siamo totalmente isolati, manca il cibo, da due giorni non c’è più luce e la gente ha paura di uscire. I giovani patrioti non intendono deporre le armi e sono loro che dettano legge ormai da settimane”: è la testimonianza fatta alla MISNA da padre Hypolite Mel, parroco della chiesa Saint Vincent de Paul, a Yopougon, il più esteso e popolato sobborgo della capitale economica, Abidjan.
A otto giorni dall’arresto del presidente uscente Laurent Gbagbo, che avrebbe dovuto segnare la fine della crisi post-elettorale in atto da fine novembre, a Yopougon la tranquillità è ancora lontana. “Alla luce dell’insicurezza diffusa nel quartiere abbiamo deciso di anticipare gli orari della processione e la messa del Venerdì santo per consentire ai fedeli di rientrare a casa prima del tramonto” prosegue l’interlocutore della MISNA chiedendosi “fino a quando durerà la nostra Via Crucis”.
Fine dei saccheggi ai danni delle famiglie povere e indifese, stop alle voci infondate e alle speculazioni che alimentano incertezza e panico tra la gente: lo chiede con forza padre Hypolite, insistendo sull’urgenza di “voltare le spalle alla cultura dell’odio, della vendetta e a chiunque cerchi di gettare ancora benzina sul fuoco”. Di fatto, ricorda il giovane parroco ivoriano, “la nostra società è fondata sugli scambi culturali e religiosi tra popolazioni di diverse origini etniche e diverse nazionalità: le famiglie miste cristiano-musulmane sono numerose e per noi è normale convivere in armonia”. Considerando il nuovo panorama politico in Costa d’Avorio con l’arrivo al potere del presidente eletto Alassane Dramane Ouattara (chiamato ‘Ado’), secondo il parroco di Yopougon, dopo più di quattro mesi di braccio di ferro per il potere è giunta l’ora di “uscire dalla logica della strumentalizzazione religiosa, culturale, etnica a fini politici” poiché “la Costa d’Avorio si potrà ricostruire solo con l’unità, la riconciliazione, il dialogo e la pacificazione”.
Ovunque ad Abidjan la vita sta lentamente riprendendo anche grazie alla fine del coprifuoco che era in vigore dal 31 marzo. Trasporti pubblici e taxi circolano regolarmente tra i comuni che compongono la capitale e nel resto del paese, i negozi stanno riaprendo, così come i mercati e alcune amministrazioni ricominciano a lavorare a Plateau. Per ora rimangono chiuse banche e scuole, la cui riapertura è attesa per il 26 aprile, mentre funzionano ancora a rilento le attività al porto di Abidjan dove le esportazioni di cacao sono ancora ferme. Ulteriore passo avanti verso la normalizzazione è stata ieri la consegna del controllo dell’aeroporto internazionale di Abidjan alle autorità ivoriane da parte dei militari della Licorne che lo gestivano dal 3 aprile.
A sognare la “rinascita” della Costa d’Avorio è anche la stampa locale che ieri ha ripreso le sue pubblicazioni dopo una sospensione durata tre settimane. I quotidiani più vicini al neo presidente Ouattara, ‘Nord-Sud’ e ‘Le Patriote’, presentano lo storico oppositore eletto al ballottaggio del 28 novembre come “un nuovo padre della Nazione” che rifarà “rinascere e rivivere il paese”, mentre ‘L’Inter’ (indipendente) denuncia “tanti sprechi inutili”. ‘Notre Voie’ e ‘Fraternité Matin’ pro-Gbagbo puntano invece sulla “riconciliazione, il perdono e la pace”, proponendo “un nostro contributo attivo al processo da intraprendere”.
Sul fronte giuridico, uno dei cinque avvocati difensori di Gbagbo, Collard, ha nuovamente chiesto al presidente Ouattara il permesso di effettuare una visita al suo cliente, agli arresti probabilmente nella località settentrionale di Korhogo, e sotto sorveglianza delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci, il nuovo esercito) e dei caschi blu della locale missione Onu. A Parigi una delle figlie del presidente uscente, Marie-Antoinette Singleton, ha incaricato un team di avvocati di verificare la “legalità” e la conformità col diritto nazionale ed internazionale dell’arresto del padre, avvenuto l’11 aprile nella sua residenza di Cocody. Indagini saranno aperte dalla procura di Abidjan, dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu e forse dalla Corte penale internazionale (Cpi) per fare luce su crimini e altre violazioni dei diritti umani perpetrati negli ultimi mesi in Costa d’Avorio ma anche su presunte vendite di armi e appropriazioni indebite di fondi.

15 aprile 2011 - SITUAZIONE UMANITARIA ANCORA PREOCCUPANTE AD ABIDJAN E NELL’OVEST
Continua il lento e progressivo ritorno alla normalità in alcuni quartieri della capitale economica Abidjan, come Cocody e Port-Bouet, mentre in altre zone si percepisce ancora un clima di forte tensione e insicurezza. “Si sentono raffiche di mitra, girano camionette di miliziani, o presunti mercenari, armati – riferisce alla MISNA padre Dario Dozio, superiore regionale della Società delle missioni africane (Sma) – mentre le attività sono tuttora paralizzate. Le scuole e gli uffici sono chiusi, così come i negozi di alimentari, quasi tutti saccheggiati. Per rifornirsi in cibo o in altri generi bisogna spostarsi e attraversare la laguna”. Il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), che conferma il parziale miglioramento della situazione nella metropoli, denuncia che l’insicurezza in alcuni quartieri impedisce ai feriti e agli ammalati di poter accedere alle strutture mediche.
Nell’ovest del paese, in particolare a Guiglo, Duekoue, Daloa e sull’asse Bin Houyé – Toulepleu – Bloléquin, nei pressi del confine liberiano, “gli scontri e le violenze intercomunitarie hanno causato numerosi feriti e numerose vittime, costringendo migliaia di persone alla fuga” scrive ancora in Cicr in un comunicato.
Sulla sorte dell’ex presidente Laurent Gbagbo arrestato lunedì scorso ad Abidjan e trasferito nel nord del paese – voci non verificate lo dicono a Korhogo – il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale Alassane Dramane Ouattara ha chiesto alla Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aja, di investigare sulle uccisioni e violazioni perpetrate nell’ovest del paese a fine marzo.
Alcuni avvocati di Gbagbo hanno inviato una lettera al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, chiedendogli chiarimenti sulle motivazioni e le condizioni della sua detenzione, denunciando anche violazioni dei diritti umani nei confronti dei simpatizzanti di Gbagbo.
Dopo un braccio di ferro post-elettorale durato circa quattro mesi, degenerato in un confronto armato, Gbagbo, sua moglie Simone e altri suoi collaboratori sono stati arrestati dopo l’irruzione nella loro residenza delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio, il nuovo esercito nazionale. La forza militare della missione Onu, Onuci, e il contingente francese ‘Licorne’ avevano spianato la strada ai soldati di Ouattara, fornendo un sostegno attivo con mezzi e uomini.

15 aprile 2011 - LA FINE DELL’ERA GBAGBO VISTA DAGLI AFRICANI
Gioia e sollievo sono senz’altro le due parole che tornano con maggior frequenza sulla bocca degli africani a tre giorni dalla cattura del presidente uscente ivoriano Laurent Gbagbo che da più di quattro mesi non si era rassegnato alla sua controversa sconfitta elettorale a favore dello storico rivale, Alassane Dramane Ouattara.
“A Ouagadougou l’annuncio del suo arresto è stato accolto con un’esplosione di gioia, concerti di clacson e grida per le strade. Ci sono più di tre milioni di burkinabé che vivono in Costa d’Avorio. Ora speriamo che i prezzi alimentari e dei beni di prima necessità comincino a diminuire” dice alla MISNA padre Isidore Traogo, segretario generale della Caritas Burkina Faso. Da Cotonou, un esponente di spicco della società civile beninese, Urbain Amegbédji, riferisce di “un sentimento diffuso di sollievo tra la gente per una crisi che ha tenuto tutti col fiato sospeso. Sono in molti ad avere famigliari stabili nel paese del cacao, alcuni sono rientrati in patria senza niente e ora sono disoccupati. Il conflitto post-elettorale in Costa d’Avorio ha rappresentato per i paesi dell’Africa occidentale un peso oltre che economico anche umano”.
I titoli della stampa africana rispecchiano bene i due sentimenti dominanti: “La corsa è terminata” per il maliano ‘Le Républicain’ e “Fine del regno per Gbgabo” secondo il quotidiano di Algeri ‘El Watan’.
Per altri l’uscita di scena di Gbagbo rappresenta una buona notizia per la democrazia in Africa. “In futuro nessun capo di stato africano potrà azzardarsi a respingere il verdetto delle urne. Se avessimo accettato di mantenere Gbagbo al potere, non sarebbe nemmeno più valso la pena organizzare elezioni sul continente” ha detto il presidente senegalese Abdoulaye Wade, 85 anni, salito al potere nel 2000, come il suo omologo ivoriano. Per la ‘Dépèche diplomatique’ dopo la Tunisia, l’Egitto e la Libia, ora la Costa d’Avorio, “un segno che l’Africa dei presidenti è fallita” ma anche una manifestazione “dell’incapacità dell’Unione africana a fare rispettare i suoi principi”.
L’arresto di Gbagbo costituisce, secondo il governo di Gaborone, “un messaggio forte che ricorda che i crimini contro l’umanità non saranno più tollerati”.
Se in molti, come il sito ‘Guinee Conakry.info’, riconoscono che a provocare la ‘fine’ di Gbagbo sia stata “la sua stessa ostinazione a rimanere al potere”, per altri ‘Gbagbo il ragazzo di Gagnoa’ (sua città di origine, ndr) è “diventato il simbolo della resistenza alla comunità internazionale e alla Francia” scrive in Benin ‘La presse du jour’. Queste considerazioni aprono la porta a valutazioni positive o polemiche sull’intervento armato ad Abidjan di Parigi, presente nell’ex-colonia con 17.000 uomini della ‘Licorne’, il nome della missione di sostegno all’Onu dispiegata dal 2002.
Tra i difensori del sostegno dato dai francesi alle forze di Ouattara c’è il quotidiano burkinabè ‘l’Observateur Paalga’ che titola ‘Gbgabo arrestato, poco importa da chi’; seppur riconoscendo che “bisognava trovare una soluzione rapida a una situazione insostenibile, per alleviare le sofferenze degli ivoriani”, il giornale di Ouagadougou avverte che a 50 anni dall’indipendenza “si sta già manifestando il nuovo volto della Franciafrica”, cioè la stretta rete di rapporti più o meno leciti e trasparenti tra Parigi e le sue ex-colonie. Dello stesso parere è in Repubblica democratica del Congo il noto ‘Le Potentiel’ per il quale è in atto “un tentativo di ricolonizzazione dell’Africa” con mire economiche dell’Occidente sulle risorse naturali e con l’obiettivo di contrastare le potenze emergenti come Cina e India. Il ‘Cameroonvoice’ ricorda invece che dagli anni dell’indipendenza, tra il 1958 e il 1961, Parigi è intervenuta militarmente sul continente ben 40 volte.
Dal passato al futuro della Costa d’Avorio, i media africani tracciano un cupo ma realista ritratto del paese del cacao, individuando tra le sfide principali del neo-presidente Ouattara “la ricomposizione di un paese diviso dal potere uscente in tanti clan, tutto da riunificare e riconciliare” secondo il camerunense ‘Mutations’. Per altri come ‘Republic of Togo’, sito d’informazione governativo, urge “ristabilire l’autorità dello Stato, esercitare la giustizia in tutta serenità e ricostruire l’economia” messa in ginocchio da più di quattro mesi di crisi post-elettorale e dal precedente conflitto risalente agli anni 2002-2007. Però, secondo ‘l’Observateur Paalga’, uno dei prezzi da pagare per Ouattara è quello di “essere arrivato al potere grazie alla forza Licorne (…) in qualche modo Ouattara dovrà servire gli interessi francesi impersonati da multinazionali come Total, Bouygues e Bolloré: questa è la Françafrique!”.

14 aprile 2011 - I DUE VOLTI CONTRASTANTI DI ABIDJAN
“A Port-Bouet (sud) e in altri quartieri i trasporti funzionano regolarmente, i negozi hanno riaperto e i mercati cominciano ad essere riforniti di prodotti alimentari di largo consumo come manioca e banane. Gli uffici pubblici, invece, rimangono chiusi e per le strade (Port-Bouet la maggioranza dei residenti sono cittadini stranieri sotto protezione dell’Opération Licorne, ndr) ci sono pattuglie di soldati e gendarmi francesi. Altrove, a tutela della sicurezza dei cittadini, stanno intervenendo uomini dell’Onuci e della gendarmeria ivoriana in attesa di un dispiegamento delle forze armate”: è questo uno dei volti della capitale economica, Abidjan, che emerge dalla testimonianza fatta alla MISNA da Jean Djoman, responsabile dello sviluppo umano della locale Caritas. D’altro canto, però, a tre giorni della fine dell’era Gbgabo, al potere per dieci anni, rimane preoccupante l’insicurezza e la confusione alimentata da bande armate di ‘giovani patrioti’ e soldati fedelissimi del presidente uscente ma anche da elementi delle forze del neo presidente Alassane Dramane Ouattara.
“Qui a Yopougon i giovani patrioti stanno resistendo, continuano a rubare e saccheggiare. Ieri sera per ore hanno sparato in aria colpi d’arma da fuoco per festeggiare la presunta liberazione di Gbgabo, poi smentita. Anche dai quartieri di Koumassi, Riviera o Plateau mi giungono testimonianze di saccheggi, violenze e vendette incrociate tra forze rivali che stanno approfittando della situazione per fare i conti con vecchie rivalità e accaparrare quanto possibile” dice invece alla MISNA padre Dario Dozio, superiore regionale della Società missioni africane (Sma). Nel quartiere ‘caldo’ di Abobo, storicamente legato a Ouattara, a predominare è ancora il cosiddetto comando invisibile di Ibrahim Coulibaly, in rivalità aperta con l’ex-capo ribelle Guillaume Soro, ora primo ministro di Ouattara.
Eppure dagli appelli e dalle informazioni diffuse dall’unica emittente radiotelevisiva funzionante, la ‘Tci’ di proprietà di Ouattara, emerge un’impressione di sicurezza, di ritorno alla normalità, “diffusa probabilmente per cercare di dare fiducia alla popolazione e spingerla a riprendere le proprie attività” aggiunge l’operatore umanitario ivoriano, Djoman. L’annuncio alla ‘Tci’ della prossima riapertura delle banche ma anche della ripresa delle vendite di cacao ai porti di Abidjan e San Pedro, dopo la revoca dell’embargo deciso dall’Unione europea, viene smentito dai racconti di testimoni locali della MISNA che chiedono l’anonimato per motivi di sicurezza. “Le attività commerciali e portuali riprenderanno con il conta gocce, man mano che gli operatori economici si sentiranno più sicuri nei spostamenti e nella riapertura delle proprie aziende di import-export” dicono le fonti locali.
Un progressivo ritorno alla normalità dovrebbe anche consentire agli operatori umanitari come Caritas di svolgere missioni di valutazione nella ventina di siti che ad Abidjan ospitano almeno 30.000 sfollati interni. “Un’operazione necessaria da ultimare in tempi brevi per portare loro aiuti urgenti come cibo e medicinali” sottolinea il responsabile Caritas.
Rassicurazioni giungono in questo senso dal presidente eletto Ouattara che si è dato “ tra uno e due mesi per la totale pacificazione del paese” con l’aiuto delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), della polizia e dei gendarmi che hanno confermato il proprio sostegno al capo di stato. Nei quartieri settentrionali di Abidjan e nella ‘zona 4’, a sud, circa 500 militari e gendarmi di Parigi stanno fornendo un contributo al tentativo di contrastare insicurezza e saccheggi.
Ma per l’Onu, “la situazione è ancora pericolosa”, dopo che 3.000 tonnellate di aiuti del Programma alimentare mondiale (Pam) sono state derubate da non meglio precisate “bande armate”, e la gente “è profondamente traumatizzata” ha detto il responsabile delle missioni di mantenimento della pace, Alain Le Roy. Intanto dal Consiglio di sicurezza, riunitosi sulla crisi ivoriana, è arrivato un appello rivolto al presidente Ouattara, per “formare un governo aperto ad altre forze”, e a tutti gli ivoriani per “adoperarsi a favore della pace, del dialogo e della riconciliazione nazionale”. Un’ulteriore nota polemica giunge invece dalla Russia, membro permanente al Consiglio di sicurezza, che da Sanya, (Cina) dove è in corso il vertice dei grandi paesi emergenti riuniti nel ‘Brics’: “L’Onu dovrebbe fare da mediatore tra le due parti e in alcun modo aiutare una delle due” ha detto il presidente Dmitri Medvedev che la scorsa settimana aveva bollato l’intervento militare di Parigi come “un’ingerenza in un conflitto interno”, mettendo in dubbio “la legalità stessa” dei bombardamenti contro la residenza di Gbgabo.
All’indomani del trasferimento del presidente uscente dal Golf Hotel di Abidjan verso una località segreta del nord, Ouattara ha sottolineato che “Gbgabo è in condizioni di sicurezza” mentre il governo americano ha sollecitato un “procedimento giudiziario trasparente” nei suoi confronti. Sui presunti crimini contro l’umanità e altre violazioni perpetrati negli ultimi quattro mesi nel paese del cacao indagherà un gruppo di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’Onu e, probabilmente, una commissione verità e riconciliazione promessa dallo stesso Ouattara.
12 aprile 2011 - GBAGBO PRESTO A GIUDIZIO, APPELLI ALLA CALMA
“Chiederò al ministro della giustizia e dei diritti umani di avviare un procedimento giudiziario nei confronti dell’ex presidente Laurent Gbagbo, di sua moglie e dei suoi collaboratori. Riceveranno un trattamento dignitoso e i loro diritti saranno rispettati”: sulla sorte del capo di stato uscente, arrestato ieri pomeriggio nella sua residenza di Abidjan dopo circa dieci giorni di scontri, ha cominciato a fare chiarezza Alassane Dramane Ouattara, il presidente eletto lo scorso 28 novembre e riconosciuto dalla comunità internazionale.
Ouattara ha rivolto ieri in serata un messaggio televisivo alla nazione, invitando tutti gli ivoriani alla calma: “Chiedo di astenersi da qualsiasi atto di rappresaglia o di violenza” ha detto il presidente, invitando i giovani miliziani a “deporre le armi”. “Ribadisco la mia volontà di creare una commissione verità e riconciliazione che farà luce sui massacri, uccisioni e violazioni dei diritti umani” commessi negli ultimi quattro mesi, ha aggiunto il nuovo capo di stato.
Dalle Nazioni Unite, le cui forze presenti in Costa d’Avorio attraverso la locale missione ‘Onuci’ hanno attivamente sostenuto Ouattara, è giunto l’appello di Ban Ki-moon, Segretario generale, a “evitare un nuovo bagno di sangue” e rappresaglie contro i simpatizzanti di Gbagbo. “I responsabili di violazioni dei diritti umani, di qualsiasi affiliazione politica, devono rendere conti” ha aggiunto Ban Ki-moon, salutando l’iniziativa di Ouattara a favore di una commissione verità e riconciliazione. Nelle violenze che hanno accompagnato il braccio di ferro politico per la contesa della presidenza tra Gbagbo e Ouattara sono morte centinaia di persone, decine di migliaia sono state costrette alla fuga e accuse di violazioni sono state mosse contro i gruppi armati di entrambi gli schieramenti.
Da ieri pomeriggio, dopo l’arresto ad opera delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), la coppia Gbagbo e il figlio Michel si trovano in un appartamento del ‘Golf Hotel’, quartier generale provvisorio di Ouattara e del suo governo. Secondo fonti Onu, la loro protezione sarebbe garantita dall’Onuci, su richiesta esplicita dello stesso Gbagbo.

11 aprile 2011 - ore 20:55 - CALMA AD ABIDJAN E ALTROVE
La serata sembra è piuttosto calma nella capitale economica Abidjan e nel resto del paese, a poche ore dall’arresto del presidente uscente Laurent Gbagbo, costretto a cedere alla pressione dei militari delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio appoggiate dalle forze della missione Onu (Onuci) e dai militari francesi presenti nel paese.
Secondo fonti della MISNA sul posto, i simpatizzanti di Alassane Dramane Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, dopo aver esultato, sono tornati nella calma alle proprie occupazioni o nelle loro case, seguendo l’appello del primo ministro Guillaume Soro a non manifestare. Le stesse fonti hanno sentito di alcuni colpi d’arma da fuoco esplosi a Petit Bassam, nella zona di Port-Bouet, da alcuni sostenitori di Gbagbo. Fonti giornalistiche riferiscono di alcuni furti in negozi non meglio precisati quartieri di Abidjan.
Un inviato del quotidiano francese ‘Le Monde’ racconta invece di scene di saccheggio ad opera dei soldati nella residenza di Gbagbo poco dopo il suo arresto. “C’è un incendio, la biblioteca è ridotta in ceneri. Ho visto soldati bere champagne in calici ci cristallo. C’è gente che riempie valigie e scappa via a bordo di veicoli” ha scritto il giornalista.
Nella parte nord del paese, per anni sotto il controllo di forze anti-Gbagbo, in particolare a Bouaké e a Korhogo, ci sarebbero state brevi manifestazioni di gioia per la vittoria del campo di Ouattara.

11 aprile 2011 - ore 17:59 - QUARTIERI IN FESTA, VOCI DALLE PRINCIPALI CITTÀ
“Siamo come tutti incollati alle televisioni. Le immagini della resa, lo sguardo del presidente uscente Laurent Gbagbo un po’ confuso e perso nel vuoto, subito dopo l’arresto sono su tutti gli schermi del paese”: è il racconto che padre Dario Dozio, superiore provinciale della Società Missioni Africane ad Abidjan fa alla MISNA nei primissimi istanti che succedono la diffusione della notizia dell’arresto di Gbagbo da parte delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), fedeli ad Alassane Ouattara.
“Da una parte questa notizia è stata accolta con sollievo per il fatto che la gente si aspetta adesso un ritorno alla normalità dopo una crisi durata quattro mesi” spiega il missionario, aggiungendo che la notte scorsa, nel quartiere di Yopougon, “si sentivano distintamente i combattimenti e dal palazzo presidenziale, a Cocody, poco distante, si levavano alte fiamme e fumo”. “Adesso, la speranza di tutti è che il passaggio di consegne dei vari quartieri, ancora sotto il controllo dei ‘Giovani patrioti’ di Gbagbo avvenga in maniera indolore e senza vendette trasversali”.
Non troppo diversa la situazione a Yamoussoukro, capitale politica del paese, dove “in alcuni quartieri la gente è scesa in strada a festeggiare, gridando: è finita!” dice alla MISNA Falvio Zanetti, sacerdote fidei donum aggiungendo che “la speranza di tutti è che si torni presto alla normalità e che i prezzi dei generi alimentari e del carburante scendano dopo gli aumenti degli ultimi giorni”.
A causa dello sbarramento della strada che porta ad Abidjan infatti, “i generi alimentari hanno cominciato a scarseggiare e un sacco di riso, che costa in genere intorno ai 17.000 franchi è arrivato a oltre 22.000” precisa il religioso “con la conseguenza che intere famiglie sono costrette a mangiare una sola volta al giorno e alcuni neanche quella”.

11 aprile 2011 - ore 17:16 - ARRESTATO GBAGBO, AD ABIDJAN SI GUARDA AL FUTURO
“In questo momento stiamo guardando le immagini di Laurent Gbagbo diffuse dal canale televisivo francese ‘Itele’. Mostrano Gbagbo insieme al figlio, Michel, in una camera dell’albergo, con loro c’è anche un ministro del governo di Alassane Ouattara. Gbagbo ha l’aria un po’ smarrita e il viso apparentemente tumefatto”: queste le parole di André Banhouman Kamaté, presidente della Lega ivoriana per i diritti umani, raggiunto telefonicamente nel quartiere di Cocody poco dopo l’arresto del presidente uscente Lautent Gbagbo, della moglie Simone e del figlio Michel.
Secondo la versione in circolazione ad Abidjan, sarebbero state le Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), fedeli al presidente eletto Alassane Dramane Ouattara, a procedere all’arresto nella residenza di Gbagbo Cocody, intervenuto dopo giorni di braccio di ferro politico e di confronto armato tra fazioni opposte. Gli interventi della forza della missione Onu, l’Onuci, e del contingente francese ‘Licorne’, nelle ultime ore, erano stati determinanti nell’appoggio alle forze di Ouattara.
Gbagbo, la moglie Simone e il figlio Michel sono stati trasferiti all’ ‘Hotel du Golf’, sede provvisoria del governo di Ouattara dallo scorso dicembre, quando è iniziato il contenzioso elettorale tra i due dirigenti politici.
Kamaté e altre fonti della MISNA hanno riferito di intense sparatorie sentite ieri sera e questa mattina, segno che i combattimenti sono stati intensi nelle ultime ore attorno alla residenza del capo di stato uscente, da giorni accerchiato dalle forze pro-Ouattara.
L’arresto di Gbagbo potrebbe segnare l’epilogo della lunga crisi post elettorale che da quattro mesi aveva fatto ripiombare il paese in un acceso conflitto e in una crisi umanitaria che ha costretto decine di migliaia di civili a lasciare il paese e centinaia di migliaia ad abbandonare le loro abitazioni. “Su tutte le violazioni dei diritti umani, le violenze e le uccisioni perpetrate in questi mesi, occorrerà far luce al più presto. Tutti sono giustiziabili” ha aggiunto alla MISNA Kamaté, riferendosi alle violenze attribuite sia agli uomini di Gbagbo che a quelli di Ouattara. In queste ore, i simpatizzanti di Ouattara stanno festeggiando per strada la ‘vittoria’ del loro presidente, mentre si moltiplicano gli interrogativi sul futuro di Laurent Gbagbo.
“Ivoriani, asciugate le vostre lacrime, l’incubo è finito” ha detto pochi minuti fa alla nazione Guillaume Soro, primo ministro di Ouattara ed ex dirigente della ribellione delle Forze Nuove, già protagonista di un tentato golpe contro Gbagbo nel 2002.
7 aprile 2011 - PROSEGUE LA BATTAGLIA DI ABIDJAN
“La Guardia repubblicana di Laurent Gbagbo si sta mostrando in grado di resistere alle forze di Alassane Ouattara che nelle ultime ore hanno dovuto interrompere l’assalto alla residenza a Cocody e alla presidenza nel quartiere di Plateau. Ieri sera sono però nuovamente entrati in azione gli aerei francesi della missione ‘Licorne’ e quelli della missione Onuci” riferisce alla MISNA il giornalista ivoriano, Philippe Kouhon, contattato nel quartiere di Yopougon, tuttora sotto il controllo dei ‘giovani patrioti’ fedeli a Gbgabo. Ad Abidjan, dove in alcuni quartieri ‘caldi’ il coprifuoco è in vigore dalla mezzanotte fino alle sei, anche oggi si sentono colpi d’arma da fuoco sporadici, ma non di artiglieria pesante. Sono incerte le notizie relative all’assalto lanciato venerdì scorso dalle Forze repubblicane (Frci) di Ouattara: secondo fonti di stampa ivoriana l’offensiva sembra in una fase di stallo a causa della resistenza della Guardia repubblicana e delle Forze di difesa e sicurezza (Fds) che non avrebbero abbandonato le posizioni tenute nei punti nevralgici della capitale economica. “Due aerei della Guardia repubblicana sorvolano Abidjan a bassa quota per monitorare la situazione. A favore delle forze di Gbagbo c’è il fatto che gli uomini di Ouattara venuti dal nord del paese non conoscono bene la città e hanno difficoltà ad orientarsi e spostarsi” prosegue l’interlocutore della MISNA, riferendo di una forte mobilitazione e solidarietà tra la gente nei quartieri pro-Gbagbo dove circolano pattuglie di ‘giovani patrioti’ armati. Una resistenza e un protrarsi delle violenze che costringe la popolazione a rimanere dentro casa, spesso senza acqua, luce e cibo, facendo temere una crisi umanitaria su vasta scala; prima della crisi, Abidjan contava più di 5 milioni di abitanti. Nelle ultime ore crescono polemiche e divergenze tra i paesi africani di fronte al coinvolgimento militare della missione francese ‘Licorne’, intervenuta ancora ieri sera con elicotteri che hanno aperto il fuoco contro la residenza di Gbgabo e le sue forze di difesa. Parigi ha parlato di un intervento “difensivo”, mirato ad evacuare l’ambasciatore del Giappone, Yoshifumi Okamura, e il personale diplomatico di Tokyo in seguito a un attacco di “mercenari”. Quattro impiegati locali dell’ambasciata sarebbero scomparsi e un collaboratore dell’ambasciatore risulta ferito. Parigi insieme a Washington e all’Onu si è da subito schierata a favore di Ouattara, riconosciuto presidente legittimo. Diversa la posizione dell’Angola che ieri ha detto di considerare Gbagbo “presidente eletto”. “Gli ivoriani, da soli, devono trovare una soluzione pacifica alla crisi, sulla base del dialogo (…) Un governo di unione nazionale potrebbe essere creato (…) I francesi devono smetterla di frapporsi tra le due parti” ha dichiarato un portavoce del ministro degli Esteri di Luanda in una presa di posizione divergente rispetto alla stessa Unione africana (Ua). In seguito ai primi bombardamenti degli aerei di Parigi, anche il Sudafrica e il presidente di turno dell’Ua, il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang Nguema, hanno espresso critiche e preoccupazioni per “l’intervento di un esercito straniero” in Costa d’Avorio. Favorevole all’intervento dell’ex-potenza coloniale il Gabon di Ali Bongo ma anche la Nigeria che sottolineano che si tratta di un’operazione autorizzata dalle Nazioni Unite a tutela di civili innocenti.

6 aprile 2011 - RESIDENZA DI GBAGBO SOTTO ASSEDIO, L’OFFENSIVA NON SI FERMA
“Si sentono ancora colpi di artiglieria, armi automatiche, mortai: l’attacco contro la residenza di Laurent Gbagbo sta proseguendo ancora in queste ore ed è difficile sapere cosa stia realmente accadendo; certo, Gbagbo sta mostrando un certo grado di resistenza e intanto la città sembra deserta, la popolazione è rinchiusa in casa per il coprifuoco e perché in giro ci sono bande di giovani armati”. Il punto della situazione ad Abidjan quando sta per calare la notte lo fa una fonte della MISNA che preferisce restare anonima per motivi di sicurezza. “Il coprifuoco dalle 12 alle 6 del mattino – aggiunge la fonte – è stato prorogato fino a venerdì. Il cibo comincia a scarseggiare, ma la situazione varia di quartiere in quartiere: in alcuni è stata distribuita l’acqua e c’è ancora corrente elettrica, in altri la situazione è sicuramente peggiore, soprattutto quelli in cui si stanno svolgendo i combattimenti tra le forze rimaste fedeli a Gbagbo e quelle di Alassane Ouattara. A Parigi, il ministro degli Affari esteri francese, Alan Juppé, ha riconosciuto il fallimento dei negoziati per convincere Gbagbo ad arrendersi e sostenuto che né le forze francesi né quelle dell’Onu sono coinvolte in queste ultime operazioni militari. In interviste telefoniche rilasciate ad alcune emittenti straniere, Gbagbo ha invocato “la verità delle urne” e rifiutato di arrendersi: “Non siamo in una fase di negoziati e, in ogni caso, dove dovrei andare?” ha detto Gbagbo sentito da Radio France Internationale.

6 aprile 2011 - ABIDJAN: RIPRESA DEGLI SCONTRI A COCODY E PLATEAU, EMERGENZA UMANITARIA
“Abbiamo trascorso una notte tranquilla ma da stamani, verso le 8, le armi si sono fatte nuovamente sentire: prima spari sporadici e poi, ad intermittenza, colpi d’arma pesante e razzi contro la residenza di Laurent Gbagbo che dista solo un chilometro dalla mia abitazione. Anche alPlateau (centro), dove ha sede la presidenza, un’offensiva è in corso” dice alla MISNA André Banhouman Kamaté, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidh), contattato nel quartiere residenziale di Cocody (nord). Fonti della MISNA nella ‘zona 4’, quartiere meridionale dove risiedono cittadini europei e sede di numerose attività commerciali francesi, riferiscono di “centinaia di giovani patrioti per le strade che rubano, saccheggiano e incendiano negozi” nella via Curie. A Adjamé (nord) nelle prime ore della giornata gli abitanti hanno udito colpi di artiglieria pesante mentre le Forze repubblicane (Frci) del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Alassane Ouattara, sono impegnate in pattugliamenti per catturare giovani patrioti e miliziani pro-Gbgabo. Sembrerebbero più tranquilli i quartieri di Abobo e Anyama, notoriamente vicini a Ouattara, che nelle scorse settimane erano stati l’epicentro degli scontri tra le due parti, con decine di migliaia di civili in fuga. A Vridi-Canal fonti della MISNA raccontano di “strade deserte a causa della totale insicurezza” e di “gente rintanata dentro casa per paura di violenze e aggressioni da parte di giovani armati e miliziani che vanno in giro rubando”. Quasi ovunque nella capitale economica l’erogazione di acqua e corrente elettrica è stata interrotta da ore e le scorte alimentari cominciano a scarseggiare. Secondo fonti dell’Onu la situazione umanitaria è diventata “assolutamente drammatica”: gli ospedali non sono più in grado di funzionare e il bilancio di decine di vittime sembra destinato a crescere. Dall’Aia il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno-Ocampo, ha annunciato la sua intenzione di aprire un’indagine sui “massacri perpetrati in modo sistematico e generalizzato” in Costa d’Avorio. La ripresa di quello che viene presentato dai media come “l’assalto finale” ai simboli del potere del presidente contestato interviene dopo il presunto fallimento del negoziato in corso per ottenere le dimissioni per iscritto di Gbgabo e il riconoscimento del rivale, Ouattara, come nuovo presidente legittimo della Costa d’Avorio. Fonti vicine a Gbagbo denunciano un “tentativo di omicidio” in corso nei suoi confronti dopo che i soldati delle Frci hanno ricevuto l’ordine di penetrare nel suo bunker per catturarlo. Secondo alcuni, come il portavoce di Gbagbo, Ahoua Don Mello, i soldati francesi dell’operazione ‘Licorne’ starebbero intervenendo, fornendo un sostegno aereo e terrestre ai militari di Ouattara. Una versione dei fatti smentita dal capo di stato maggiore dell’esercito di Parigi mentre il portavoce della ‘Licorne’, Frédéric Daguillon, ha dichiarato che “oggi i nostri militari sono impegnati nella protezione dei cittadini stranieri”. Di fronte al deteriorarsi della situazione, all’udienza generale del mercoledì Benedetto XVI ha ricordato che “la violenza e l’odio sono sempre una sconfitta” e, rivolgendosi alle due parti in lotta, ha lanciato un nuovo appello a favore di “un lavoro di pacificazione e dialogo per evitare un nuovo bagno di sangue”. L’emissario della Sante Sede, il cardinale Peter Kodwo Turkson, si trova ancora ad Accra, in Ghana, impossibilitato a raggiungere Abidjan a causa dei combattimenti in corso. Intanto dalla comunità internazionale arrivano nuove pressioni diplomatiche per spingere il presidente uscente Gbagbo a dare le dimissioni: Bruxelles ha deciso nuove sanzioni finanziarie nei confronti del suo governo “illegittimo” dopo le misure restrittive varate alcune settimane fa ai danni di 92 personalità ivoriane. Un’altra voce critica giunge da Johannesburg dove il ‘gruppo dei Saggi’, formato dai Nobel per la pace, il sudafricano Desmond Tutu, Kofi Annan e Jimmy Carter, ha avvertito che “Gbagbo è il primo responsabile della violenza che ha scatenato rifiutandosi di lasciare il potere”. Tuttavia riconoscono che “anche Ouattara è responsabile delle azioni svolte dalle forze che combattono in suo nome: dovrà impegnarsi pubblicamente a favore di un processo che renda giustizia” scrivono in un comunicato a loro firma. “Il popolo ivoriano ha bisogno di riconciliazione, non di rappresaglie (…) Dirigenti e popolo ivoriani devono capire che c’è una sola e unica Costa d’Avorio. Non hanno altra alternativa che riconciliarsi, sanare le ferite e vivere insieme”ha detto l’ex-segretario generale Onu, il ghanese Annan.

5 aprile 2011 - CESSATE IL FUOCO E NEGOZIATI PER ‘RESA’ GBAGBO
“Qui a Cocody, sede della residenza di Laurent Gbagbo e della televisione di stato, la situazione è calma dal primo pomeriggio. Colleghi contattati nel quartiere del Plateau, dove si trova il palazzo della presidenza, mi hanno confermato che anche lì i combattimenti sono interrotti da alcune ore. Sembra vigere un cessate il fuoco mentre negoziati sarebbero in corso per definire i termini dell’uscita di scena di Gbagbo” dice alla MISNA André Banhouman Kamaté, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidh), precisando che le uniche informazioni a disposizione sono quelle diffuse dalla Televisione Costa d’Avorio (Tci) del presidente eletto Alassane Ouattara dopo la distruzione dell’antenna trasmettitrice della ‘Radiotelevisione ivoriana’ (Rti) da parte degli aerei francesi. Da Parigi, ma anche dall’Onu e da Washington aumentano le pressioni diplomatiche sul presidente uscente, al potere dal 2000: chiedono a Gbagbo di “firmare un documento nel quale si impegni a rinunciare al potere e a riconoscere Ouattara come presidente”, fornendo garanzie per l’incolumità fisica del capo di stato uscente e della sua famiglia, che dovrebbero passare sotto la protezione dei caschi blu dell’Onuci. “L’obiettivo della Francia è quello di far rispettare il diritto internazionale. Ora dobbiamo guardare avanti, al futuro del paese, alla sua ricostruzione nella pace e la prosperità” ha detto il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, mentre il suo collega della Difesa, Gérard Longuet, ha assicurato che “la crisi si sbloccherà nelle prossime ore”. Dopo le critiche di alcuni paesi africani, come il Sudafrica, e europei, come la Russia, per i bombardamenti operati dagli aerei di Parigi e da quelli dell’Onu, a sostegno del loro intervento militare si è schierata la Nigeria. Secondo la diplomazia di Abuja, l’Onuci e la missione ‘Licorne’ hanno agito in difesa di “civili innocenti” e nella cornice di quanto previsto dalla risoluzione 1975, approvata il 30 marzo dal Consiglio di sicurezza. Nei bombardamenti sarebbero stati distrutti una decina di blindati, quattro cannoni anti-aerei delle forze di Gbagbo; è stata anche colpita l’antenna della ‘Rti’ nel quartiere residenziali di Cocody, dove ha sede l’ambasciata di Francia. Il presidente americano Barack Obama ha anche espresso la sua “profonda preoccupazione” per i massacri di civili perpetrati la scorsa settimana nell’ovest del paese, in particolare a Duékoué, dove decine di migliaia di sfollati interni hanno trovato ospitalità. “E’ ancora presto per conoscere la dinamica e la verità su quanto accaduto a Duékoué: autori delle violenze e violazioni potrebbero essere stati miliziani liberiani che hanno finora combattuto al soldo di Gbagbo” dice alla MISNA una fonte locale che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, aggiungendo che “in un momento di grande difficoltà per la sopravvivenza stessa è anche probabile che alcune comunità, da tempo rivali, si siano scontrate in una sorta di resa dei conti”. Nei giorni scorsi l’Onu aveva denunciato 330 “esecuzioni extragiudiziali”, accusando entrambe le parti in lotta, mentre oggi il vice-segretario generale delle Nazioni Unite Valérie Amos ha annunciato la scoperta di una fossa comune dove sarebbero stati accatastati 200 cadaveri. Testimonianze raccolte dalla MISNA nei giorni della celere avanzata verso Abidjan delle Forze repubblicana di Ouattara non avevano denunciato particolari violenze ma piuttosto saccheggi e furti. Un rifugiato ivoriano in Liberia, Simon Taye, in una testimonianza alla MISNA ha invece raccontato che le forze di Ouattara “hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi, hanno cominciato a bruciare case e granai”.

5 aprile 2011 - ABIDJAN: GBAGBO SOTTO ASSEDIO, VOCI CONTRO BOMBARDAMENTI
“Dalle 23 di ieri sera spari d’arma pesante e colpi di artiglieria sono incessanti nel quartiere di Cocody dove un elicottero francese ha colpito la sede della Radiotelevisione ivoriana (l’emittente statale, ndr) e un carro armato che si trovava nelle vicinanze. Sono ore terribili per la popolazione da giorni rintanata dentro casa, spesso senza acqua e luce mentre scarseggiano i viveri e i negozi rimangono chiusi. Non so quanto resisteremo”: è questa la testimonianza fatta alla MISNA da André Banhouman Kamaté, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidh), mentre le Forze repubblicane di Alassane Ouattara sono impegnate nell’assalto finale alla residenza privata del rivale, il presidente uscente Laurent Gbagbo, che – riferiscono alcune fonti – starebbe trattando una via d’uscita. Dal flusso ininterrotto di notizie diffuse dalla stampa ivoriana ed internazionale si evince che sotto la protezione delle guardie repubblicane Gbagbo sarebbe riparato all’interno della sua residenza proprio a Cocody – già colpita decine di volte nel quartiere residenziale a nord della capitale – assieme alla famiglia e alcuni ministri del suo governo. Il suo ministro degli Esteri, Alcide Djédjé, si sarebbe rifugiato presso l’ambasciata di Francia ad Abidjan, senza spiegare il motivo della scelta. Nel frattempo il capo di stato maggiore delle Forze di difesa e sicurezza (Fds), il generale Philippe Mangou ha annunciato che i suoi uomini hanno interrotto i combattimenti e chiesto un cessate-il-fuoco alla locale missione Onu, nota con l’acronimo Onuci. “I bombardamenti condotti dalle forze francesi hanno colpito le nostre posizioni e alcuni punti nevralgici della capitale (…) bisogna proteggere i civili, i militari e lo stesso Gbgabo” ha detto Mangou, chiedendo ai caschi blu di “impedire saccheggi e violenze”. Intanto si levano le prime voci critiche nei confronti dell’intervento militare delle forze dell’Onu e della Francia ma anche dubbi sulla legalità dei bombardamenti aerei della scorsa notte. “Ci sono significative perdite in vite umane in Costa d’Avorio. Certamente l’Unione africana ha fatto pressioni per il riconoscimento di Ouattara ma ciò non significa dover fare la guerra e autorizzare l’intervento di un esercito straniero” ha detto da Ginevra dove si trova in visita il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang, attualmente presidente di turno dell’Ua. Il Sudafrica, pur avendo votato in sede del Consiglio di sicurezza l’ultima risoluzione sulla Costa d’Avorio (n° 1975, varata il 30 marzo), prende le distanze dall’intervento militare avviato dai francesi e dai caschi blu. “Non mi ricordo di aver dato un qualsiasi mandato per un bombardamento aereo sulla Costa d’Avorio” ha detto da Pretoria il ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane. Dicendosi “molto preoccupata per il deteriorarsi della situazione umanitaria e di sicurezza” la Nkoana-Mashabane ha chiesto all’Unione Africana e all’Onu di “perseverare nella ricerca di una soluzione pacifica”. Le Nazioni Unite e la Francia si difendono sostenendo di intervenire “solo per neutralizzare gli armamenti pesanti a disposizione delle forze di Gbgabo, spesso utilizzati contro i civili”, mentre i bombardamenti sarebbero stati svolti dopo “pressanti richieste” da parte del segretario generale Ban Ki-moon e del presidente francese Nicolas Sarkozy. I militari francesi della missione ‘Licorne’ sono presenti nell’ex-colonia dal 2002 con il mandato di sostenere l’Onuci, attualmente forte di 10.500 caschi blu. Alla luce dei crescenti bilanci di vittime nella ‘battaglia di Abidjan’ e nell’avanzata militare delle Forze repubblicane di Ouattara, che hanno lasciato dietro di loro una scia di morti, sfollati e rifugiati, “c’è da augurarsi che la commissione d’inchiesta internazionale istituita dall’Onu riesca a stabilire le responsabilità di ognuna delle parti” dice in conclusione alla MISNA il difensore dei diritti umani Kamaté, insistendo sul fatto che “nessuno dei responsabili, siano essi legati a Gbgabo, a Ouattara o ad altre forze, dovrà rimanere impunito”.

5 aprile 2011 - ABIDJAN: NOTTE DI COMBATTIMENTI, IN AZIONE ELICOTTERI FRANCESI E ONU
“L’offensiva delle forze di Alassane Ouattara è cominciata ieri pomeriggio, proseguita durante tutta la notte e ancora oggi si sentono colpi di artiglieria e di armi da fuoco. La corrente elettrica, almeno in questa parte della città (Vridi Canal, ndr), è stata ripristinata e alla carenza d’acqua ha pensato la natura: da ieri piove più o meno intensamente, la gente ha raccolto l’acqua che veniva giù dai tetti e sta cercando di fare provviste nell’incertezza su quanto sta accadendo”: così alla MISNA una fonte di Abidjan che preferisce mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza. “Per molte ore – aggiunge la fonte – abbiamo visto gli elicotteri della missione francese ‘Licorne’ alzarsi in volo per bombardare un campo militare occupato dai fedeli del presidente uscente Laurent Gbagbo. L’obiettivo era apparentemente quello di mettere fuori uso i tank e le armi pesanti ancora a disposizione di Gbagbo, la cui residenza sarebbe invece stata attaccata da elicotteri dell’Onuci, la locale missione delle Nazioni Unite: anche in questo caso l’obiettivo ufficiale era la distruzione di armi pesanti. Adesso stanno circolando notizie sull’occupazione della residenza di Gbagbo da parte delle forze di Ouattara; sono state diffuse da un portavoce di quest’ultimo ma non ci sono fonti indipendenti in grado di confermarle”. Secondo varie fonti, gli scontri sarebbero concentrati attorno alla residenza di Gbagbo, al palazzo presidenziale e agli edifici che ospitano la televisione pubblica. Nel caos determinato dalle violenze, regna l’incertezza sul reale stato della popolazione civile mentre è stato confermato da più parti il rapimento di quattro stranieri prelevati da un gruppo di uomini armati all’interno dell’albergo nel quale alloggiavano: si tratta di due francesi, un malese e un cittadino del Benin. Per evitare casi analoghi, i militari francesi hanno intanto radunato in almeno tre punti della città alcune migliaia di persone, soprattutto francesi e libanesi, ma anche altri stranieri residenti ad Abidjan.

4 aprile 2011 - ORE DI ATTESA, CIVILI NELLE CHIESE SENZA ACQUA NÉ LUCE
“Siamo chiusi in casa senza acqua né elettricità, mentre fuori si sentono ora sporadici ora più frequenti colpi d’arma da fuoco”: lo riferisce alla MISNA padre Dario Dozio, superiore provinciale della Società Missione Africane ad Abidjan, epicentro di quella che almeno nelle parole di Alassane Ouattara, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale dovrebbe essere la ‘battaglia finale’ per la conquista della Costa d’Avorio. La situazione, secondo il primo ministro del governo di Ouattara Guillaume Soro, sarebbe infatti “ormai matura” per un attacco a partire dai quartieri che circondano il palazzo presidenziale dove il capo di stato uscente Laurent Gbagbo è asserragliato con i reparti della Guardia repubblicana. “In centro, le parrocchie di Saint Michel, ad Adjamé, San Pedro e Anyama sono colme di civili che si sono rifugiati nelle chiese e che sta cominciando ad essere difficile sfamare” spiega il religioso aggiungendo che “in soli tre o quattro giorni, i prezzi dei beni di prima necessità si sono decuplicati, oltre ad essere molto complicato, in quella che sembra una città fantasma, trovare attività e negozi aperti”. Intanto radio e tv locali hanno ripreso a funzionare “ma trasmettono pura propaganda, a favore dell’uno o dell’altro contendente, da cui è impossibile estrapolare una corretta informazione su quanto stia realmente accadendo” aggiunge. Di sicuro, c’è che per gli stranieri “il clima è diventato pesante” osserva il missionario, anche alla luce del fatto che “i fedeli di Laurent Gbagbo accusano chiaramente la Francia di stare tentando un colpo di stato nel paese”. In città, inoltre, l’insicurezza è dettata anche dal fatto che “i due fronti hanno liberato e armato civili ma anche i detenuti del carcere cittadino. Ieri la gente del quartiere ne ha trovati tre che stavano rubando in una casa e li ha fucilati. I loro corpi giacciono ancora dall’altro lato della strada”.

4 aprile 2011 - L’OFFENSIVA DI OUATTARA, LA PAURA DEI CIVILI
Le forze del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale Alassane Ouattara hanno annunciato un’offensiva finale contro i reparti dell’esercito fedeli al rivale Laurent Gbagbo, mentre fonti della MISNA riferiscono di un’attesa carica di paura in una città deserta. Guillaume Soro, il primo ministro del governo di Ouattara, ha detto dai microfoni di un’emittente privata che la situazione è “ormai matura” per un attacco a partire dai quartieri che circondano il palazzo presidenziale di Gbagbo protetto dai reparti della Guardia repubblicana. Secondo le fonti della MISNA, almeno ieri e questa mattina in città non ci sono stati combattimenti di grande intensità. “Le strade sono deserte, interi quartieri sono stati saccheggiati da ladri e squadracce, le gente ha paura e davanti alle case c’è solo qualche bambino che gioca” dice un missionario. Nonostante le forze di Ouattara siano state in grado di conquistare buona parte delle regioni meridionali della Costa d’Avorio in meno di una settimana, ad Abidjan potrebbe esserci battaglia vera. “I reparti fedeli a Gbagbo – dice una delle fonti della MISNA – stanno cercando di riorganizzarsi dopo i ripiegamenti dei giorni scorsi”. Le forze di Ouattara si sarebbero concentrate nei quartieri e nei sobborghi settentrionali, in particolare ad Abobo: una loro roccaforte già prima delle elezioni di novembre, quelle che hanno fatto ripiombare il paese nell’incubo della guerra civile a soli quattro anni dalla firma degli accordi tra Gbagbo e gli ex-ribelli ora all’offensiva. La paura è alimentata dalle testimonianze che giungono da altre zone della Costa d’Avorio, in particolare dalla cittadina occidentale di Duékoué. Sia la Caritas che la Croce Rossa ivoriana hanno denunciato il massacro di centinaia di civili, tra gli 800 e i mille, nei giorni della conquista del centro da parte delle forze di Ouattara. Sull’episodio resta molto da chiarire, come confermano in queste ore le accuse e le smentite sulle responsabilità della strage da parte di entrambe le fazioni in lotta. Di sicuro c’è l’impegno dei missionari salesiani che, alle porte di Duékoué, stanno ospitando migliaia di sfollati.

1 aprile 2011 - ATTESA E COPRIFUOCO, TIMORI PER I CIVILI
“Dopo i combattimenti di questa notte proseguiti fino alla tarda mattinata, adesso c’è una calma quasi irreale; sappiamo che le Forze repubblicane di Alassane Ouattara occupano tuttora le sedi della televisione e della radio ivoriane, le cui trasmissioni sono interrotte, e dalle informazioni di queste ore sembra che Laurent Gbagbo possa ormai contare soltanto sui cosiddetti ‘patrioti’, giovani armati di kalashnikov”: questa l’istantanea di Abdijan nel racconto di una fonte della MISNA che preferisce restare anonima. Su dove si trovi Gbagbo regna l’incertezza sebbene un suo portavoce abbia detto che il presidente uscente è nella sua residenza sostenendo inoltre che un attacco nemico è stato respinto con successo. A chiedergli di farsi da parte con rinnovata insistenza è buona parte della comunità internazionale, a partire dalle Nazioni Unite. Se non è certo che le prossime ore diano un responso finale sull’esito di una crisi lunga ormai anni e acuitasi subito dopo le elezioni di cinque mesi fa, è ormai chiaro che le forze di Ouattara cercheranno di ottenere il massimo vantaggio da un’avanzata che in pochi giorni li ha portati a controllare quasi tutto il paese. Su ordine di Ouattara dalle 17 (ora locale) di oggi su Abidjan è in vigore il coprifuoco che domani comincerà già alle 12 del mattino. Intanto, a chiedere un intervento a difesa della popolazione civile dell’ex potenza coloniale francese presente nel paese con un migliaio di uomini e dei caschi blu dell’Onu è stato il presidente americano Barack Obama. L’emergenza umanitaria è in realtà in atto già da tempo, gli ultimi avvenimenti rischiano ora di aggravarla.

1 aprile 2011 - ABIDJAN SOTTO ATTACCO, PRESE TV E RADIO DI STATO – UNA VOCE MISSIONARIA
“Sono arrivati stanotte, verso l’una e mezza. Pesanti cannonate hanno fatto tremare la casa. Ci siamo svegliati di soprassalto. Poi hanno continuato con le mitraglie”: lo ha raccontato padre Dario Dozio, provinciale della società Missioni Africane raggiunto dalla MISNA ad Abidjan dove le forze repubblicane (Fr) fedeli a Alassane Oauttara si stanno facendo strada per conquistare le posizioni strategiche ancora in mano al presidente uscente Laurent Gbagbo. “Lo avevano annunciato e ci sono riusciti. Pare che l’attacco sia partito dai quartieri di Cocody e Plateau, dove c’è la residenza di Gbagbo e il palazzo presidenziale. Il nostro quartiere (Abobo Doumé – Yopougon) è ancora nelle mani dei patrioti e di miliziani non bene identificati” aggiunge il missionario, dalla cui residenza “si vedono, tutt’intorno, miliziani armati ma che non sembrano appartenere né all’uno né all’altro schieramento”. Intorno, la situazione è caotica “con negozi e supermercati saccheggiati, sparatorie fitte” riferisce l’interlocutore della MISNA chiuso sua nella residenza “da cui, almeno per il momento, è impossibile uscire”. Le comunicazioni risultano difficili, con la rete Internet che funziona a singhiozzo. “Da noi il telefono funziona ancora, ma non riesco a chiamare i miei colleghi in altri quartieri – aggiunge – mentre alcuni nostri confratelli, che ci hanno raggiunto ieri sera dalla casa di formazione a Anyama (Ebimpé) , hanno ricevuto la cattiva notizia che la loro abitazione è stata sacheggiata”. Nella serata di ieri, il ministero degli Affari esteri svedese ha annunciato la morte di una concittadina che lavorava ad Abidjan presso le Nazioni Unite. La giovane, secondo la ricostruzione fornita, è stata raggiunta da un proiettile vagante mentre si trovava nella sua abitazione. Intanto, dal palazzo presidenziale, fonti locali confermano il levarsi di “alte colonne di fumo” e combattimenti con artiglieria pesante. “Da questa notte la tv di stato non trasmette più nulla e anche la radio è muta” conclude il missionario, confermando quanto annunciato dalle forze vicine a Ouattara, che riferiscono di avere preso il controllo della Rti.

31 marzo 2011 - AD ABIDJAN TENSIONE E PAURA, VOCI DALLA CAPITALE ECONOMICA
“Ho attraversato buona parte della capitale da Cocody a Koumassi passando per il Plateau: ovunque negozi chiusi, servizi amministrativi interrotti, poco traffico e poca gente per strada. Ci sono invece presidi di giovani patrioti e militari nel quartiere della presidenza e nei pressi della ‘Radio télévision ivoirienne’ (Rti), l’emittente di stato. Sono ore di paura e forte tensione, ma anche di grande incertezza”: è questo il clima che regna ad Abidjan, riferito alla MISNA da André Banhouman Kamaté, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidh), mentre le forze armate del presidente eletto Alassane Dramane Ouattara, che hanno conquistato buona parte del territorio nazionale, si trovano ora a 130 chilometri a nord-est della capitale economica, nella località di Nzianouan.
Testimonianze raccolte dalla MISNA nella vicina città di Aboisso, a un centinaio di chilometri a nord-est di Abidjan, riferiscono che le Forze repubblicane (pro Ouattara) non sono ancora entrate in città ma che le Forze di sicurezza e difesa (Fds) di Gbagbo hanno già alzato bandiere bianche al locale commissariato mentre i detenuti sono evasi dal carcere.
“Da qui abbiamo la sensazione che ci sia in atto anche una guerra delle parole con una strategia mediatica ben precisa, nella quale la stampa estera gioca un ruolo di primo piano, per minare il morale della parte avversa, cioè il presidente contestato Gbagbo, e spingerlo a lasciare il potere” prosegue l’attivista dei diritti umani ivoriano. Nelle ultime ora ha avuto un forte impatto per il potere ma anche per la popolazione la resa della capitale politica, Yamoussoukro, e la presa di controllo del porto di San Pedro (sud-ovest), zona nativa di Gbgabo.
Altre informazioni trasmesse alla MISNA confermano che in mattinata intensi colpi d’arma da fuoco si sono uditi nei pressi del carcere civile di Abidjan (chiamato ‘Maca’), nel quartiere di Yopougon, tra Fds e il gruppo armato noto come ‘comando invisibile’, pro-Ouattara; i detenuti sono evasi, suscitando ulteriore paura tra gli abitanti della zona. “Ora qui c’è un silenzio preoccupante. I giovani patrioti hanno preso le armi ma non si vedono più” dice da Yopougon una fonte della società civile che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza. Per alcuni è ad Abidjan che si giocherà ‘la partita finale’ tra i contendenti mentre, secondo altri, circolano voci di negoziati in corso per un cessate il fuoco immediato e per un’uscita di scena ‘dignitosa’ di Gbagbo. Il sito di informazione ‘Abidjan net’ annuncia che il capo di stato-maggiore delle Fds di Gbagbo, il generale Philippe Mangou, si sarebbe rifugiato presso l’ambasciata del Sudafrica ad Abidjan.
“Qualunque sia l’esito della situazione, come difensori dei diritti umani chiediamo con urgenza alle forze militari di ogni parte di proteggere i civili che non hanno nulla a che vedere con la lotta per il potere in atto da quattro mesi. Sono loro, i civili, ad aver finora pagato il prezzo più alto del conflitto tra Alassane Ouattara e Laurent Gbagbo” conclude Kamaté, ricordando che almeno 500 persone sono state uccise, più di un milione sono sfollati interni e altre decine di migliaia sono rifugiati nei paesi confinanti.
Caritas Internationalis denuncia inoltre il rapimento di padre Richard Kissi, direttore della Caritas diocesana, portato via martedì scorso da uomini armati non meglio identificati mentre si trovava nel quartiere di Anyama, ad Abidjan.

31 marzo 2011 - SAN PEDRO IN MANO A FORZE PRO-OUATTARA, UNA TESTIMONIANZA
“Sono entrati nella notte, verso le 22.30 e in queste ore si stanno posizionando nei quartieri, nel porto e nell’aeroporto, per assumerne il controllo. Non c’è stata alcuna resistenza”: così testimonianze concordanti raccolte dalla MISNA descrivono la presa di San Pedro, importante porto commerciale a 370 chilometri a ovest da Abidjan, da parte delle forze armate fedeli ad Alassane Dramane Ouattara, vincitore riconosciuto dalla Comunità internazionale delle elezioni presidenziali del 28 novembre scorso.
“I militari fedeli al presidente uscente Laurent Gbagbo sono letteralmente scomparsi. Ora, quelli di Ouattara li stanno cercando. Non c’è stato alcun combattimento, né alcuna ripercussione sui civili. Soltanto spari in aria, a scopo intimidatorio. I sostenitori di Ouattara si trovano ora sul bordo della strada principale per applaudire le centinaia di soldati in arrivo. I partigiani di Gbagbo preferiscono restare a casa, per paura di ripercussioni” racconta da San Pedro una missionaria, che preferisce mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza. Il porto di San Pedro, non lontano dal confine con la Liberia, è un sito di strategica importanza, e uno dei principali centri di esportazione di cacao ivoriano. La crisi in atto da oltre quattro mesi ha avuto pesanti ripercussioni sulle attività commerciali del porto.
Anche nella capitale Yamoussoukro, presa ieri pomeriggio dalle forze di Ouattara, il clima è disteso, riferiscono fonti della MISNA sul posto.
Si stringue dunque il cerchio attorno alla capitale economica, Abidjan, rimasta in parte sotto il controllo delle forze di Laurent Gbagbo. Ieri, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato una risoluzione in cui chiede la partenza immediata del presidente uscente. Poche ore prima del voto della risoluzione, una macchina di scorta dell’ambasciatore francese sarebbe stata presa di mira da spari delle forze filo-Gbagbo. Lo hanno riferito fonti francesi, condannando il gesto “inammissibile”. Due gendarmi sarebbero stati lievemente feriti.

30 marzo 2011 - DICHIARAZIONI CONTRADDITTORIE E SCONTRI INCESSANTI
Un appello al cessate il fuoco immediato e all’apertura di un dialogo diretto con la mediazione del rappresentante dell’Unione africana (Ua): è la richiesta rivolta dal governo di Laurent Gbagbo al rivale Alassane Ouattara mentre sul terreno proseguono scontri tra forze militari opposte. La proposta fa riferimento a un’iniziativa negoziale dell’Ua che avrebbe convocato le parti ivoriane ad Addis-Abeba dal 4 al 6 aprile mentre le Forze Reppublicane di Ouattara proseguono la loro avanzata militare verso la capitale economica Abidjan ma anche verso quella politica di Yamoussoukro e il porto di San Pedro. Negativa la risposta del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale: “Tutte le vie pacifiche per portare Gbagbo ad ammettere la sua sconfitta sono esaurite” si legge in un comunicato a firma di Ouattara.
Dichiarazioni e possibili aperture al dialogo vengono però smentite dai fatti visto che ad Abidjan e su più fronti aperti proseguono gli scontri mentre il capo di stato maggiore delle Forze di difesa e sicurezza (Fds), il generale Philippe Mangou, ha annunciato l’inizio dell’arruolamento di nuove unità a sostegno di Gbgabo e confermato l’esistenza di una strategia militare di “legittima difesa”.
Fonti di stampa ivoriane riferiscono che nelle ultime ore anche la città sud-occidentale di Buyo, a sud di Duékoué e sulla strada che porta a San Pedro, sarebbe passata in mano alle forse di Ouattara che sul fronte orientale si troverebbero a meno di 200 chilometri da Abidjan, nella località di Tanda.
Nella capitale economica, ormai sopranominata ‘piccola Bagdad’, vengono segnalati attacchi all’arma pesante e aggressioni presumibilmente perpetrate dai pro-Gbagbo, contro i quartieri di Abobo, Anyama e Akandjé; a Williamsville viene confermata la morte di 13 civili uccisi dai militari dopo essere stati rapiti. Insegnanti e organizzazioni della società civile hanno anche denunciato la distruzione al 70% dell’Università di Abobo-Adjamé, più volte attaccata, occupata e saccheggiata.
Di fronte al costante deteriorarsi della crisi e all’impasse della diplomazia africana e internazionale, un tentativo di negoziato diretto tra i due contendenti è stato avviato dal nunzio apostolico ad Abidjan, monsignor Ambroise Madtha, che ha espressamente chiesto a Gbgabo di “fare un passo avanti, telefonando a Ouattara”.
Di tutt’altro tono è stata invece la dichiarazione del presidente americano Barack Obama che accusa Gbgabo di “utilizzare delinquenti per cercare di mantenersi al potere, di intimidire l’opposizione quando il mondo intero sa che ha perso le elezioni”. Sulla possibile soluzione alla crisi post-elettorale Obama ribadisce la strada dell’isolamento diplomatico e internazionale di Gbgabo “per portarlo ad andarsene”, accennando a “numerose risorse a nostra disposizione per farlo (…) ma ciò non vuol dire che l’opzione militare sarà quella che sceglieremo”.

29 marzo 2011 - SI ALLARGA FRONTE SCONTRI E SOFFERENZE, STALLO DIPLOMAZIA
Si è aperto un nuovo fronte di combattimenti tra fazioni armate opposte, facendo precipitare altre migliaia di civili in una situazione umanitaria precaria: dopo intensi scontri, la città orientale di Bondoukou, confinante col Ghana, sarebbe passata sotto il controllo delle Forze repubblicane del presidente Alassane Ouattara. Contestualmente, in quella che viene definita da alcune fonti locali una “grande offensiva militare”, anche le località di Duékoué (ovest) e Daloa (centro-ovest) sono state l’epicentro di violenti scontri che si sarebbero conclusi con la vittoria dei militari pro-Ouattara su quelli rimasti fedeli al rivale Laurent Gbagbo. Fonti militari citate dalla stampa ivoriana annunciano nuove offensive probabilmente verso le città di Tanda e Agnibilekrou, a 100 chilometri a sud di Bondoukou, mentre sul fronte occidentale la strada è spianata verso il porto di San Pedro. Nella capitale economica Abidjan scontri sono in corso nei quartieri di N’dotré e Anyama, notoriamente più vicini a Ouattara.
Fonti della Caritas indicano alla MISNA un intenso movimento di civili da quelle zone, in fuga dai combattimenti e in cerca di un riparo, senza essere in grado per ora di fornire un bilancio più preciso. C’è da considerare che la regione occidentale della Costa d’Avorio ospita un ingente numero di sfollati, stimati in numero compreso tra 800.000 e un milione sul territorio nazionale; per di più la regione confina con la Liberia, dove almeno 95.000 ivoriani si sono già rifugiati. Ad est, la possibile via di fuga per i civili potrebbe essere il Ghana: Bondoukou, 65.000 abitanti, nota come “la città delle mille moschee” dista solo pochi chilometri da questo paese. Infine da Abidjan fonti della Croce Rossa internazionale raccontano alla MISNA di “interi quartieri disabitati” e di un “esodo ininterrotto”.
In questo contesto appaiono sempre più remote le possibilità di una risoluzione con la diplomazia della crisi post-elettorale ormai in atto da quattro mesi. Non possono cominciare le trattative tra i due presidenti ivoriani opposti: è stata respinta da Ouattara la scelta dell’ex-ministro degli Esteri capoverdiano, José Brito, come rappresentante speciale dell’Unione africana (Ua). Brito ha già preso atto della situazione, sostenendo che “Ouattara ha i suoi motivi e rispetto la sua posizione”; di fatto il mancato consenso sulla sua persona rende la missione di mediazione impossibile. “Capisco che al di là di interessi nazionali, molti altri sono in gioco in Costa d’Avorio in questo momento, in particolare quelli di due grandi potenze come Stati Uniti e Francia. Pertanto la situazione è molto complessa” ha concluso Brito ribadendo che l’Ua si impegnerà ancora a favore del dialogo e della pace.
Altra vittima del conflitto è anche l’economia della Costa d’Avorio, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana della gente. Racconti di testimoni locali segnalano prezzi dei beni alimentari e di prima necessità (come il gas) in costante aumento, penuria di alcuni prodotti, mancanza di liquidità dopo il crollo del sistema bancario. A farsi sentire è anche l’embargo sui porti di Abidjan e San Pedro e altre sanzioni imposte dall’Unione europea contro Gbgabo: a pagarne in prezzo è la gente comune ma anche l’intera Africa occidentale che dipende fortemente dal commercio ivoriano.

29 marzo 2011 - FORZE PRO OUATTARA PROSEGUONO AVANZATA SU PIÙ FRONTI
Nelle ultime ore anche la località nord-orientale di Abengourou (220 chilometri a nord-est di Abidjan), non lontana dal confine col Ghana, sarebbe passata sotto il controllo delle Forze repubblicane del presidente Alassane Ouattara. Da ieri sera si è aperto un nuovo fronte dei combattimenti nell’est del paese dove la città di Bondoukou è stata la prima a cadere dopo scontri notturni tra le forze di Ouattara e l’esercito ivoriano rimasto fedele a Laurent Gbagbo.
“Le forze dell’ordine hanno ceduto facilmente il controllo di Bondoukou a quelle di Ouattara. Ci sono stati atti di vandalismo, saccheggi e alcuni prigionieri sono stati liberati. Da allora siamo in balia degli eventi: qui c’è incertezza e insicurezza” dice alla MISNA una fonte locale che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, aggiungendo che “la gente soffre e c’è chi ha già lasciato la città per rifugiarsi nel vicino Ghana” che dista solo 14 chilometri. Mentre le Forze repubblicane avrebbero mantenuto un gruppo di soldati per presidiare Bondoukou, gli altri a bordo di fuoristrada e veicoli rubati starebbero proseguendo la loro avanzata in direzione di Abidjan, capitale economica, più di 420 chilometri a sud.
Nell’ovest del paese, ormai da settimane teatro di scontri, dopo la città crocevia di Duékoué (500 chilometri da Abidjan), fonti della MISNA confermano che anche Daloa è da stamani controllata dalle Forze Repubblicane che “nella notte hanno accerchiato la città e dopo combattimenti notturni, piuttosto rapidi, hanno avuto la meglio”. L’interlocutore della MISNA aggiunge che le forze armate di Ouattara hanno assicurato alla gente di “non avere nulla contro i civili” e di “intervenire proprio per consentire al presidente eletto di risolvere i loro problemi”. Su quel fronte i militari del presidente sostenuto dalla comunità africana e internazionale dovrebbero avanzare verso Guiglo, prossimo obiettivo, per raggiungere a sud-ovest il porto di San Pedro, ma anche verso Yamoussoukro, capitale politica della Costa d’Avorio. Nell’ovest le forze di Ouattara hanno ormai conquistato sette località: oltre a Duékoué e Daloa anche Zouan-Hounien, Bin-Houyé, Toulépleu, Doké, e Bloléquin.
Sul fronte umanitario, gli sfollati interni aumentano anche se il loro numero è per ora difficile da precisare dicono alla MISNA dalla Caritas ivoriana; spostamenti che, secondo l’Altro commissariato Onu per i rifugiati riguarderebbe più di un milione di persone mentre l’esodo nei paesi confinanti è ininterrotto, in particolare verso Liberia e Ghana. Intanto la locale missione Onu (Onuci) ha denunciato l’uccisione lunedì di una decina di “civili innocenti” nel quartiere di Williamsville a Abidjan da parte dei giovani patrioti pro-Gbagbo e di aggressioni contro i suoi agenti. Un elicottero dell’Onuci che sorvolava la zona di Duékoué è finito nel mirino di elementi delle forze di Ouattara senza, però, che gli spari riuscissero a colpirlo.
Nel frattempo consultazioni sono in corso presso l’Unione Africana per valutare la possibilità di nominare un altro Alto rappresentante, una personalità di consenso, dopo la scelta respinta da Ouattara del capoverdiano José Brito. La Francia, ex-potenza coloniale ancora presente in Costa d’Avorio con un contingente militare, sta esercitando pressioni diplomatiche affinché il Consiglio di sicurezza Onu approvi in tempi brevi il progetto di risoluzione presentato venerdì assieme alla Nigeria. “La comunità internazionale deve agire. Non possiamo più aspettare” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero. Il testo richiede un potenziamento dell’Onuci, sanzioni più vincolanti nei confronti di Gbagbo e il divieto dell’uso di armi pesanti a tutela dei civili.

28 marzo 2011 - INTENSI SCONTRI A DUÉKOUÉ, RIFUGIATI ANCHE IN MALI
“Dalle 10 ci sono intensi scontri attorno a noi, si sentono senza tregua spari da artiglieria pesante. La gente è rintanata dentro casa e siamo isolati: non c’è più corrente elettrica né acqua” dice alla MISNA una fonte locale della MISNA a Duékoué (ovest) che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza. “Siamo anche preoccupati per le migliaia di sfollati stabiliti in centri di accoglienza e nei villaggi di origine” aggiunge l’interlocutore prima che la comunicazione venga interrotta.
La versione fornita dalle agenzie internazionali riferisce di un attacco perpetrato dalle forze militari di Alassane Ouattara contro la città di Duékoué, punto strategico nell’ovest ivoriano non lontano dal confine con la Liberia finora controllato dall’esercito fedele a Laurent Gbgabo. A scontrarsi sono l’ex-ribellione delle Forze nuove (Fn) confluite nel nuovo esercito di Ouattara, chiamato Forze repubblicane, e le truppe delle Forze di difesa e sicurezza (Fds), che rispondono ancora agli ordini di Gbgabo, in teoria presidente uscente. Mentre i primi sostengono di essere intervenuti per rendere più sicure le località di Duékoué e Guiglo, spesso bersagliate da non meglio identificati miliziani, i secondi affermano che una base delle Fds è stata attaccata alle 5:00 (ora locale) all’ingresso occidentale di Duékoué.
Da fine febbraio la rivalità politica tra i due contendenti della poltrona presidenziale si è spostata anche nelle regioni occidentali della Costa d’Avorio dove si è aperto un fronte di combattimenti; finora le forze pro Ouattara hanno conquistato cinque località. Duékoué, ubicata a 40 chilometri a sud dell’ex-linea di confine che dal 2002 divide il paese in due, potrebbe essere la prossima città a cadere nelle mani delle Forze repubblicane. Duékoué è un punto di passaggio obbligato che ad ovest porta alla Liberia, a nord verso la Guinea, ad est verso la capitale politica Yamoussoukro e a sud al porto di San Pedro, probabile obiettivo finale delle forze di Ouattara.
“C’è un intenso movimento di popolazioni proprio in quella zona così come a Guiglo e Daloa. A causa dei combattimenti gli interventi umanitari sono sempre più difficili e rischiosi. La gente è allo stremo” riferisce alla MISNA la Caritas Costa d’Avorio. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) fino a un milione di sfollati provenienti dalla capitale economica Abidjan avrebbero raggiunto l’ovest ivoriano.
“La situazione è molto tesa e confusa a causa di scontri frequenti. E’ anche molto difficile fornire un dato preciso del numero di sfollati che spesso sono soltanto di passaggio nei centri di accoglienza ad hoc allestiti in chiese, scuole ed edifici pubblici. Inoltre i numeri non tengono conto delle persone rifugiatesi da parenti e amici” dice alla MISNA Kelnor Panglung del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr).
Al fronte interno e liberiano si aggiunge quello del Mali dove, in base a testimonianze locali, nella regione settentrionale di Sikasso più di 3000 persone sarebbero arrivate nelle ultime 72 ore, tra cui mille bambini, ma anche maliani e cittadini di altri paesi africani in fuga dalla Costa d’Avorio; se alcuni si sono fermati nella località di Kadiolo, altri proseguono la loro strada verso la capitale, Bamako.

28 marzo 2011 - NOMINATO RAPPRESENTANTE UNIONE AFRICANA MA NEGOZIATI BLOCCATI
A poche ore dalla sua nomina l’ex-ministro degli Esteri capoverdiano, José Brito, designato alto rappresentante dell’Unione africana (UA), è già contestato in Costa d’Avorio: il presidente Alassane Ouattara respinge la sua nomina, argomentando che Brito è una personalità troppo vicina al suo rivale, il capo di Stato uscente Laurent Gbagbo.
Di fronte all’aggravarsi della crisi post-elettorale ivoriana, in atto dal 28 novembre, l’Ua ha deciso di affidare a Brito la missione di avviare colloqui diretti tra le due parti con l’obiettivo di trovare una soluzione negoziata e pacifica. Oltre a criticare la scelta dell’organismo continentale “a causa delle note relazioni personali e la vicinanza politica tra i due uomini”, la presidenza Ouattara deplora il fatto di non essere stata consultata prima della nomina e ribadisce la sua posizione: l’uscita di scena di Gbagbo. L’Ua, che riconosce in Ouattara il presidente legittimo della Costa d’Avorio, propone invece la formazione di un governo di apertura e un’uscita di scena ‘degna’ per Gbagbo; quest’ultimo ha salutato la scelta del ministro del Capoverde “paese rimasto neutrale” e sta aspettando l’arrivo di Brito ad Abidjan.
Sul terreno, il fine settimana è stato segnato da nuovi scontri nella capitale economica e da una forte mobilitazione popolare, essenzialmente di ‘giovani patrioti’ guidati da Charles Blé Goudé: riuniti nel quartiere di Plateau ad Abidjan, non lontano dal palazzo presidenziale, hanno ribadito il loro sostegno a Gbgabo e scandito slogan contro Parigi, Washington e chiunque tenti di intervenire con le armi per risolvere la crisi.
Da una parte il governo francese ha presentato un progetto di risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu per far cessare il ricorso ad armi pesanti ma anche per chiedere esplicitamente il ritiro di Gbagbo; i 15 Stati membri dovranno pronunciarsi sul testo nei prossimi giorni. Dall’altra in un videomessaggio trasmesso agli ivoriani il presidente americano Barack Obama ha formalmente riconosciuto Ouattara come “dirigente democraticamente eletto”.
Crescenti preoccupazioni vengono espresse da operatori umanitari per la difficile situazione umanitaria del paese che conta quasi un milione di sfollati interni e più di 95.000 rifugiati nella confinante Liberia. Inoltre si è aggravata la situazione sanitaria e le condizioni di vita nelle regioni settentrionali ed occidentali, più vicine a Ouattara, dove il servizio di acqua potabile e corrente elettrica è stato interrotto per diversi giorni da Bouaké a Man. Da metà gennaio le forze pro-Gbgabo hanno preso il controllo della Compagnia ivoriana di elettricità (Cie, privata): la società nega ogni responsabilità nei frequenti black-out e ricorda essere stata precettata per “motivi di sicurezza nazionale”.
“Chi è colpito dalla crisi? I poveri e i più indifesi, sono loro che stanno pagando il tributo più alto. Molte famiglie sono profughi nel loro stesso paese, scappano ma non sanno dove andare, è veramente triste vedere un popolo disorientato a causa d’interessi economici. Per punire i politici non arrivano più le medicinali: i malati non sono politici ma dei cittadini che hanno il diritto di essere curati. Questo ha causato la morte di molti malati d’insufficienza renale che facevano la dialisi,dei tubercolosi,dei malati di Aids e malaria”: è la testimonianza giunta alla MISNA da Suor Maria Grazia Pirrotta, missionaria della Sacra Famiglia.

25 marzo 2011 - VERSO INCHIESTA CONSIGLIO DIRITTI UMANI
La creazione di una commissione d’inchiesta internazionale indipendente per fare luce sulle presunte violazioni dei diritti umani perpetrate in Costa d’Avorio dal ballottaggio delle presidenziali lo scorso novembre è stata decisa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Una risoluzione presentata dal gruppo dei paesi africani è stata approvata dai 47 Stati membri del Consiglio al termine della sua XVI sessione.
La commissione dovrà indagare per verificare le circostanze delle violenze e degli abusi con lo scopo di identificare i responsabili di tali violazioni e perseguirli giuridicamente: dovrà presentare le sue conclusioni al Consiglio durante la prossima sessione di giugno. L’organismo con sede a Ginevra ha anche ribadito il suo sostegno ad Alassane Ouattara, riconosciuto presidente legittimo dalla comunità internazionale, rispetto al presidente uscente Laurent Gbagbo, al potere dal 2000, che non intende lasciare la guida del paese dell’Africa occidentale.
“La crisi in Costa d’Avorio è dovuta all’incapacità di Gbagbo a accettare i risultati delle elezioni da lui stesso organizzate. Rappresenta una sfida per la democrazia” ha detto la rappresentante americana, Eileen Donahoe, mentre la sua omologa dell’Unione europea ha denunciato gli attacchi con artiglieria pesante ai danni dei civili nel quartiere di Abobo ad Abidjan.
La decisione del Consiglio dei diritti umani giunge all’indomani di una riunione ad Abuja della Comunità economica dei paesi d’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) che ha chiesto all’Onu il rafforzamento della sua missione militare (Onuci) e sanzioni più severe nei confronti di Gbgabo. Richieste che quest’ultimo ha già bollato come “assurde”, valutando il ricorso alla forza come “una strada senza via d’uscita” visto che l’Onuci “è di parte”. Fonti diplomatiche citate da agenzie internazionali lasciano intendere che un dibattito sulla Costa d’Avorio potrebbe tenersi nel pomeriggio al Consiglio di sicurezza.
Fonti della MISNA ad Abidjan riferiscono invece di “scambi d’arma da fuoco continui in mattinata” nel quartiere di Abobo, con possibili vittime civili, e del costante deteriorarsi della situazione che spinge quotidianamente all’esodo centinaia di persone. Un flusso crescente registrato dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), che segnala fino a un milione di civili in fuga da Abidjan nelle ultime settimane e ora sfollati nelle regioni occidentali, mentre più di 95.000 ivoriani sarebbero rifugiati nella confinante Liberia.
“Ieri sera ad interrompere gli scontri incessanti, per fortuna, è stato un temporale. Ora si sentono solo tiri sporadici ma temiamo quello che potrebbe accadere domani” conclude l’interlocutore della MISNA che chiede l’anonimato. Il dirigente dei giovani patrioti pro-Gbgabo, Charles Blé Goudé, ha lanciato un appello a una grande manifestazione di protesta nel quartiere di Plateau.

25 marzo 2011 - CEDEAO CHIEDE RAFFORZAMENTO MISSIONE ONU
Sanzioni più severe e mirate nei confronti del presidente uscente Laurent Gbagbo e un rafforzamento della locale missione Onu: sono queste le richieste che la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) riunita ad Abuja ha rivolto al Consiglio di sicurezza. L’Onuci, attualmente forte di 10.000 unità, dovrebbe essere rafforzata per consentirle di “utilizzare tutti i mezzi a disposizione con l’obiettivo di proteggere popolazione e infrastrutture” ma anche per “facilitare il trasferimento immediato del potere” a favore di Alassane Ouattara, presidente legittimo secondo la comunità internazionale.
La Cedeao ha così escluso la possibilità di organizzare da sola un intervento militare per costringere Gbagbo a lasciare il potere; “l’uso eventuale della forza in Costa d’Avorio deve essere un’impresa internazionale” ha detto il presidente della commissione dell’organismo regionale, James Victor Gbeho, esprimendo la sua preoccupazione per “la grave crisi umanitaria” in atto.  Nella stessa direzione va il discorso del presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha chiesto il rafforzamento dell’Onuci, il divieto formale dell’impiego di armamento pesante ad Abidjan, bollando come “scandalosi” gli attacchi sferrati contro “civili innocenti”. La Francia, che ha ingenti interessi economici nell’ex-colonia oltre a un’importante comunità di espatriati, è presente in Costa d’Avorio dagli anni della crisi (2002-2007) con un contingente militare denominato ‘Opération Licorne’ di sostegno all’Onu.
Gbgabo, al potere dal 2000 e riconosciuto vincitore del ballottaggio del 28 novembre dalla sola Corte costituzionale, continua a proporre, invano, l’apertura di un dialogo interivoriano per risolvere la crisi. Secondo il sito d’informazione ‘Jeune Afrique’, Gbgabo avrebbe proposto al rivale Ouattara il posto di vice-presidente e intense trattative sarebbero in corso anche se la diplomazia occidentale non avallerebbe tale spartizione del potere.
Dal terreno dopo giorni di calma relativa giungono nuove notizie di scontri all’arma pesante nella capitale economica Abidjan, in particolare nei quartieri di Abobo, Samaké e Dokui, mentre il dirigente dei ‘giovani patrioti’ pro-Gbagbo, Charles Blé Goudé, ha invitato la gente a uscire da casa e lavorare in attesa di una grande manifestazione prevista per domani nel quartiere di Plateau. Le ultime violenze avrebbero spinto un numero imprecisato di civili ad abbandonare la capitale in direzione dell’ovest del paese che ha già accolto migliaia di sfollati.
A esprimere preoccupazione per “antagonismi sempre più radicali” e “aggressioni contro sfollati riparati in luoghi di culto” sono quattro organizzazioni cristiane e musulmane, di cui ‘Secours catholique’ e ‘Terre Solidaire’, che invitano gli ivoriani di qualunque confessione a “non cedere all’intimidazione della violenza e a non lasciare strumentalizzare la religione a fini politici”. In un comunicato diffuso a Parigi le organizzazioni chiedono alla comunità internazionale di “non disinteressarsi del conflitto ivoriano” e di adottare “misure realmente vincolanti per impedire lo scoppio della guerra civile e proteggere i civili”.

23 marzo 2011 - RIUNIONE CEDEAO AD ABUJA TRA MINACCE E ACCUSE
Un monito alla stampa estera affinché “non si renda complice dei terroristi” è stato lanciato dal presidente uscente Laurent Gbgabo che punta il dito contro giornalisti “pronti a diffondere volontariamente informazioni errate” in un paese in ginocchio e diviso da quasi quattro mesi. Il capo di Stato ivoriano contestato dalla comunità internazionale smentisce in particolare ogni responsabilità delle forze armate (Fds) nel bombardamento del quartiere di Abobo, risalente a venerdì nella capitale Abidjan, che ha scioccato il paese e il mondo intero.
Gbgabo sottolinea anche “il silenzio stampa ingiustificato dei media, che tacciono i crimini di un’atrocità rivoltante perpetrati dai ribelli (delle Forze nuove, ndr) nell’ovest” della Costa d’Avorio”. Il presidente proclamato dalla sola Corte costituzionale, al potere dal 2000, insorge contro la politica parziale e squilibrata delle potenze occidentali che da una parte “diffondono senza tregua notizie di fosse comuni inesistenti, attacchi immaginari e presunti genocidi” mentre dall’altra “assicurano l’impunità ai ribelli e ai loro complici autori di crimini contro l’umanità”.
Secondo l’Onu nella crisi post-elettorale, in atto dal 28 novembre, almeno 440 persone sono state uccise. Un contesto difficile per le popolazioni civili, gli operatori umanitari ma anche i giornalisti, sottolinea il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj). “Il lavoro della stampa ivoriana è sempre più difficile e pericoloso tra minacce, intimidazioni e attacchi che hanno spinto alcuni giornalisti e testate a dover scegliere tra una copertura partigiana della crisi o il rifugio in un luogo sicuro” si legge in un comunicato dell’organizzazione con sede a New York. Da domani e per 72 ore, sei quotidiani favorevoli al rivale di Gbagbo, Alassane Ouattara, sospenderanno le loro pubblicazioni proprio per attirare l’attenzione sul mancato rispetto della libertà di stampa nel contesto di crisi politico-istituzionale.
La locale missione Onu, l’Onuci, esprime invece tutta la sua preoccupazione per “l’uso crescente di armi pesanti da parte delle forze speciali di Gbagbo ai danni delle popolazioni civili di Abidjan” che si sta svuotando di ora in ora. Dalle regioni occidentali, altro fronte aperto di scontri e violenze tra le parti, giungono invece testimonianze di “un clima di psicosi, di strade svuote in più città e di scontri incessanti per il controllo del territorio” si legge sul quotidiano indipendente ‘L’Inter’. L’inasprirsi della crisi, ormai valutata da fonti locali della MISNA come il ritorno della guerra civile, sta avendo gravi conseguenze umanitarie con in una sola giornata 3000 ivoriani fuggiti in Liberia.
“Il conflitto in Costa d’Avorio non può diventare un conflitto dimenticato. Capisco l’attenzione della comunità internazionale per il sisma in Giappone e la situazione in Libia, però qui c’è un conflitto che dura da tempo e minaccia l’intera regione” ha detto l’Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, in visita nella confinante Liberia.
E’ in questo scenario sempre più difficile che si è aperta ad Abuja una riunione della Comunità economica dei paesi d’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas): se, in teoria, gli Stati membri devono ancora pronunciarsi su un possibile intervento militare per spingere Gbgabo a lasciare il potere, in pratica le aspettative sono piuttosto limitate. “Per i partecipanti si tratta soltanto di tenersi informati sull’evolversi della situazione ivoriana. Gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi sono invece in atto al livello dell’Unione Africana” ha detto un portavoce della Cedeao, Sunny Ugoh, poche ore prima dell’incontro di due giorni. “Dobbiamo adottare una risoluzione per chiedere all’Onu di prendere misure più serie di fronte alla triste crisi in Costa d’Avorio che, speriamo di poter risolvere senza aver ricorso alla forza” ha insistito in apertura della riunione il presidente nigeriano Goodluck Jonathan.
Secondo l’International Crisis Group (Icg), che ha rivolto un appello all’organismo regionale, la Cedeao dovrebbe decidere di “istituire una missione militare per proteggere i civili in Costa d’Avorio”, paese che “non è più sull’orlo di una guerre civile visto che in realtà è già iniziata”. Per l’Icg le violenze degli ultimi mesi sono “indicatori preoccupanti di una crisi che si aggrava e rischia di evolversi in epurazione etnica e altri crimini di massa”, motivo per cui viene anche sollecitato il Consiglio di sicurezza.
“L’esodo da Abidjan è la prova che nessuna forza presente è in grado di garantire la sicurezza dei civili. Né il clan Gbagbo che seleziona le vittime da proteggere, né le Forze nuove, lontane dalla capitale, né l’Onuci, in servizio minimo” scrive ‘Le Pays’, quotidiano del vicino Burkina Faso, chiedendosi se “le popolazioni verranno abbandonate al proprio destino”. Circa l’indecisione dei dirigenti africani e il fallito tentativo di dialogo mediato dall’UA, attraversata da profondi divisioni sulla possibile soluzione alla crisi ivoriana, ‘Le Pays’ si chiede se “l’uso della forza legittima per prevenire un eventuale genocidio è una decisione troppo impegnativa da prendere per gli africani: dovremmo mai, ancora una volta, fare intervenire gli occidentali al posto nostro?”.

22 marzo 2011 - URGENZA UMANITARIA E IMMOBILISMO INTERNAZIONALE
Di ora in ora, man mano che la capitale economica Abidjan e numerosi centri dell’ovest si stanno svuotando è l’urgenza umanitaria degli sfollati che preoccupa operatori umanitari, missionari e società civile anche nella vicina Liberia dove più di 94.000 ivoriani sono ormai rifugiati.
“Nonostante le ostilità militari siano in atto nelle città confinanti, qui gli agenti dell’immigrazione e chi dovrebbe garantire la sicurezza delle popolazioni è vulnerabile quanto chi dovrebbe essere protetto. Siamo molto preoccupati visto che non abbiamo a disposizione alcun equipaggiamento di difesa”: è l’appello lanciato da Milton Hoid, responsabile del locale ufficio di immigrazione nella città liberiana di Gborplay, al confine con la Costa d’Avorio dove i caschi blu dell’Onu svolgono pattuglie quotidiane. E’ atteso per oggi nella contea di Nimba la visita dell’Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, che valuterà le risposte da fornire alla sfida umanitaria. L’organizzazione internazionale ‘Oxfam’ ha chiesto alla comunità di internazionale “maggiore attenzione alla luce dell’aggravarsi della crisi dei rifugiati” in Liberia.
Da Ginevra l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha bollato come “inaccettabile” la mancata risposta alla richiesta di fondi, circa 22,5 milioni di euro, per fronteggiare “una situazione sempre più grave”. Servono infrastrutture, aiuti materiali e operatori umanitari in grado di accogliere e sostenere migliaia di ivoriani che ogni giorno varcano la frontiera per mettersi al riparo degli scontri che oppongono le Forze di sicurezza e difesa (Fds, esercito) di Laurent Gbagbo all’ex-ribellione delle Forze nuove (Fn) che sostiene Alassane Ouattara.
L’obiettivo degli attacchi quotidiani sul terreno è la conquista dei principali centri della regione occidentale: l’ultima a cadere è stata Bloléquin, abbandonata dai civili che sarebbero diretti verso Guiglo. Nei prossimi giorni l’ex-ribellione potrebbe puntare verso sud, in direzione del porto di San Pedro (sud-ovest), uno dei ‘polmoni’ economici del paese, per dare una carta in più a Ouattara.
Intanto ad Abidjan cresce la preoccupazione per la virulenza verbale, ma non solo, dei giovani patrioti pro-Gbagbo: migliaia di giovani e giovane si sarebbero già arruolati nell’esercito sotto il commando del capo di stato maggiore Philippe Mangou. “Qui a parlare, già da tempo, sono le armi: anche se oggi tacciono sentiamo che nell’aria qualcosa di grosso si sta preparando anche se di fatto la guerra civile è già in atto nella capitale e nell’ovest. La capitale si sta svuotando e temiamo l’evolversi della situazione dopo che migliaia di giovani sono entrati nell’esercito” dice da Abidjan una fonte locale della MISNA che preferisce rimanere anonima, aggiungendo che anche Ouattara ha creato un nuovo esercito ‘regolare’, le Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Fnci).
Il deteriorarsi della situazione ha anche spinto Ouattara, riconosciuto presidente legittimo dalla comunità internazionale, a chiedere ai 10.000 caschi blu della locale missione Onu di aver ricorso all’uso della “forza legittima” per proteggere le popolazioni. “Siamo in una situazione poco confortevole ma dobbiamo attenerci all’imparzialità militare” ha risposto Hamadoun Touré, portavoce dell’Onuci passata da ieri sotto il comando militare del generale togolese Gnakoudé Béréna.
Dal Consiglio di sicurezza dell’Onu invece non giunge alcuna nuova misura restrittiva nei confronti dei presunti responsabili delle violenze, in particolare del bombardamento del quartiere di Abobo che la scorsa settimana ha provocato una trentina di vittime civili. I 15 Stati membri hanno soltanto espresso tutta la loro “indignazione” di fronte all’escalation di violenza e assicurato che “tali crimini non rimarranno impuniti”.
Una voce critica per le “contraddizioni” e il “mancato intervento internazionale” in Costa d’Avorio si leva dalla Nigeria. Il ministro degli Esteri di Abuja, Odein Ajumogobia, ha accusato le grandi potenze occidentali di “passività” mentre più di 440 civili sono stati uccisi dal 28 novembre. “Non possiamo ignorare queste contraddizioni tra principi e interessi nazionali che sono alla base delle leggi internazionali della politica” ha insistito il diplomatico nigeriano citando “la zona di esclusione aerea e l’intervento internazionali invece avviati in Libia”. Mentre la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) si riunirà domani sulla crisi ivoriana, da Parigi giungono voci di un possibile intervento militare della Francia, presente da anni nel paese con la missione ‘Licorne’, o almeno di intensi negoziati per spingere Gbagbo a lasciare il potere.

21 marzo2011 - INTERI QUARTIERI DESERTI, VOCI DALLA CAPITALE
“Oggi ad Abobo si sentono un po’ meno spari d’arma da fuoco: la calma però preoccupa ancor di più i pochi abitanti della zona, rintanati dentro casa. Ci chiediamo cosa stia per accadere tra poche ore. La gente continua a lasciare tutto, parte senza sapere dove andare. Sono in tanti a morire, in troppi, bambini, ammalati, innocenti colpiti da pallottole vaganti, dalla paura, dalla fame, dallo stremo”: è il difficile racconto fatto alla MISNA da Suor Rosaria, che con le sue due consorelle della sacra Famiglia di Spoleto stanno assistendo feriti e bisognosi nell’immenso quartiere di Abidjan colpito venerdì da un bombardamento che ha scioccato l’opinione pubblica.
L’esodo dalla capitale economica prosegue ineluttabilmente in direzione dell’ovest ma anche della confinante Liberia dove 90.000 ivoriani si sono già recati secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). “Basta con questa lotta assurda per il potere. Tranquillità, serenità e pace ma anche la speranza di un futuro più costruttivo: ecco tutto quello di cui la povera gente di qui ha bisogno per vivere” conclude Suor Rosaria con voce stanca e preoccupata.
Ad esprimere preoccupazione per l’esito della crisi politica è il nunzio apostolico monsignor Ambroise Maddtha: “Non c’è soluzione in vista e i recenti accadimenti dall’Egitto alla Libia hanno fatto dimenticare la Costa d’Avorio e tutti quelli che stanno soffrendo” dice alla MISNA, ribadendo l’urgenza che i due contendenti, Laurent Gbgabo e Alassane Ouattara, fermi da mesi sulle proprie posizioni, si “incontrino per un dialogo diretto e sincero”.
Altre voci raccolte dalla MISNA ad Abidjan, quelle di missionari che preferiscono rimanere nell’anonimato e di operatori umanitari, descrivono interi quartieri svuotati, stazioni degli autobus stracolme di persone in fuga, ma anche la penuria di beni alimentari e l’insicurezza sempre crescente. “Girano voci di un vicino scontro frontale tra i miliziani e i sostenitori armati dei due aspiranti presidenti e di una scadenza molto breve entro la quale la gente deve scappare per evitare di finire in mezzo agli scontri” dice una fonte locale, aggiungendo che “qualcuno cerca anche di spingere nella direzione di una guerra di religione”. Nel fine settimana nel quartiere di Adjamé l’imam di Williamsville, El hadj Souleymane Sissouma, è stato ucciso da giovani pro-Gbgabo mentre la scorsa settimana a Port-Bouet 2 un altro leader religioso musulmano aveva perso la vita e di recente alcune moschee sono state incendiate.
Notizie diffuse dalla stampa ivoriana riferiscono di migliaia di giovani in fila davanti allo stato maggiore dell’esercito, pronti ad arruolarsi per “liberare la Costa d’Avorio” dopo l’appello lanciato dal loro leader Charles Blé Goudé. Dall’ovest del paese giungono invece informazioni contrastanti sulla presa di controllo da parte dei miliziani pro-Ouattara di una quinta città, Bloléquin mentre Doké, a soli 13 chilometri, potrebbe essere stata riconquistata dall’esercito regolare fedele a Gbagbo.
Sul versante della diplomazia la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) ha convocato per il 23 e il 24 marzo un vertice straordinario sulla crisi ivoriana. Venerdì la corte di giustizia dell’organismo regionale aveva proibito l’organizzazione di un intervento militare in Costa d’Avorio, una mossa che “potrebbe aggravare ulteriormente il conflitto” si legge nella motivazione del presidente della corte.

18 marzo 2011 - RAZZI SU ABOBO, DECINE LE VITTIME
“Sono piovuti razzi e spari d’artiglieria di vario tipo. Non si poteva uscire da casa. Su chi abbia alimentato questi scontri, c’è molta confusione, ma la cosa certa è che le vittime sono state numerose”: a riferire alla MISNA degli intensi combattimenti che ieri hanno sconvolto il quartiere di Abobo, nella capitale economica Abidjan, è padre Dario Dozio, superiore regionale della Società delle Missioni africane (Sma).
Secondo un comunicato dell’Operazione delle Nazioni unite in Costa d’Avorio (Onuci) sono morte tra 25 e 30 persone e oltre 40 sono rimaste ferite. Epicentro di “bombardamenti con armi pesanti” è stata la zona del mercato di Abobo. La locale missione Onu afferma che gli autori dell’attacco sono stati elementi fedeli al presidente uscente Laurent Gbagbo e esprime “indignazione di fronte a tali atrocità contro civili innocenti”, riservandosi il diritto di “prendere misure appropriate per prevenire in futuro tali azioni inaccettabili, nel rispetto del suo mandato”, si legge nella nota.
La missione Onu protegge Alassane Dramane Ouattara, il rivale politico di Gbagbo la cui vittoria alle scorse presidenziali è stata proclamata dalla commissione elettorale e riconosciuta subito dall’Unione europea, poi dall’Unione africana. Laurent Gbagbo, al potere dal 2000, già oggetto di un tentato golpe nel 2002, denuncia frodi elettorali e rifiuta di cedere la presidenza. Le due opposte fazioni politiche fanno uso di un linguaggio aggressivo, che tende a esacerbare gli animi e non favorisce la riconciliazione, sottolineano fonti della MISNA.

16 marzo 2011 - EMBARGO DEI MEDICINALI? SI AGGRAVANO CONSEGUENZE CRISI
“Dietro questa situazione drammatica si celano interessi politici ed economici indicibili, che non hanno nulla a che fare con gli il benessere della popolazione. Vogliono far morire poco a poco il paese” ha commentato stamani una fonte missionaria della MISNA raggiunta ad Abidjan, desiderosa di conservare l’anonimato per motivi di sicurezza. “La gente – ha aggiunto la stessa fonte – deve far fronte a ingenti difficoltà: le banche sono chiuse, le esportazioni di cacao e di caffè sono sotto embargo, le aziende chiudono i battenti, e ora pare che anche un carico di medicinali via mare, aspettato dal governo, è stato dirottato verso Dakar. Ci sarebbe una sorta di ‘embargo’ anche sui medicinali. A patire le conseguenze di questa diatriba politica saranno ancora una volta i civili”.
Nella capitale economica della Costa d’Avorio prevale la paura tra la popolazione sottomessa a un clima d’insicurezza alimentato da elementi armati di fazioni opposte, le Forze di difesa e sicurezza (Fds), fedeli al presidente uscente Laurent Gbagbo e i miliziani fedeli al presidente eletto Alassane Dramane Ouattara, che fonti ivoriane legano ormai alle “Forze Nuove”, la ribellione anti-Gbagbo che tra il 2002 e il 2005 ha controllato la metà settentrionale del paese.
Epicentro dell’insicurezza rimane il grande quartiere di Abobo, dal quale sono fuggiti in 300.000, ma sono segnalate tensioni anche a Port-Bouet, Adjame e Williamsvilles. Alcune fonti riferiscono oggi della morte di quattro persone a un posto di blocco tenuto da simpatizzanti di nel quartiere di Deux Plateaux, una frazione di Cocody.
Ieri, in un discorso alla nazione, Ouattara ha rivolto un appello a Gbagbo, invitandolo a “conformarsi alla volontà degli ivoriani e alle decisioni dell’Unione africana” (UA) e a cogliere le proposte dei mediatori africani per la risoluzione della crisi. Ouattara ha ricordato le proposte dell’UA, in particolare il suo riconoscimento come presidente e la formazione di un governo di unione e riconciliazione nazionale. Proposte finora rimaste inascoltate da Gbagbo, che rifiuta di cedere il potere, denunciando brogli alle elezioni del 28 novembre.
Da tempo considerato un alleato della Francia, ex potenza coloniale con grossi interessi economici in Costa d’Avorio, Ouattara vive da tre mesi in un albergo di Abidjan sotto la protezione dei caschi blu della locale missione Onu, l’Onuci. Gbagbo accusa l’Onuci di non essere una forza neutrale e di essere al servizio del suo rivale politico, fornendo anche un appoggio logistico alle sue ‘milizie’.
Voci, alle quali la MISNA non ha potuto trovare conferme indipendenti, riportano che nei giorni scorsi alcuni elementi armati filo-Ouattara sarebbero stati trasportati nel comune di Anoukoua-Koute, ad Abidjan, da un elicottero dell’Onuci.

15 marzo 2011  -  ABIDJAN: CIVILI TRA DUE FUOCHI, CERCANO RIFUGIO NELLE CHIESE
“La situazione ad Abidjan è in continua evoluzione. Dopo i combattimenti dei giorni scorsi decine di migliaia di civili, circa 25.000 direi, si sono accampati in chiese, parrocchie e scuole. È lì che portiamo loro aiuti e cibo, ma si tratta di condizioni estremamente precarie”: lo ha detto Monique Sokhan, responsabile dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) in Costa d’Avorio raggiunta dalla MISNA nella capitale economica del paese, teatro di violenze tra i sostenitori dei due schieramenti nel braccio di ferro post-elettorale tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e lo sfidante Alassane Ouattara.
“Il quartiere di Abobo, roccaforte dei sostenitori di Ouattara, è di certo quello più a rischio ma i combattimenti sono diffusi in diverse parti della città e le comunicazioni rese difficili dall’insicurezza per le strade” afferma la responsabile, aggiungendo che “nell’ultima settimana le condizioni di lavoro, anche per gli operatori umanitari, sono diventate molto più difficili”.
Dal paese intanto, sono decine di migliaia le persone in fuga. “Le stime aggiornate riferiscono di 80.000 profughi in Liberia e circa un centinaio di migliaia in Ghana dall’inizio della crisi” dice ancora Sokhan, per cui sono almeno mezzo milione le persone che hanno abbandonato le loro case e vagano nel paese o all’estero dalla fine di Novembre. Sul fronte politico, nonostante gli appelli e i tentativi di mediazione finora falliti, non sembrano esserci sviluppi di rilievo: il fronte di Ouattara ha accusato le forze fedeli a Gbagbo di “violenza cieca” nei confronti della popolazione civile nei quartieri di Abobo, Adjamé e Cocody, teatro nella notte tra domenica e lunedì di nuovi scontri e violenze.

11 marzo 2011 -  NEGOZIATI IN STALLO, AD ABIDJAN POSTI DI BLOCCO E PAURA
Ad Abidjan si sono fatti più frequenti i posti di blocco e le perquisizioni di civili da parte dei “giovani patrioti”, le forze irregolari che sostengono il presidente contestato Laurent Gbagbo: lo dicono fonti della MISNA nella capitale economica, dopo il fallimento di un tentativo di mediazione dell’Unione Africana (Ua).
“Allo stesso tempo – raccontano da Abidjan – si moltiplicano le notizie e le testimonianze sul trasferimento di armi alla Guardia presidenziale, il corpo che Gbagbo ritiene più fidato”. Al termine di un vertice che si è svolto ieri ad Addis Abeba, il Consiglio pace e sicurezza dell’Ua ha ribadito di riconoscere come presidente legittimo Alassane Ouattara e dato al suo rivale 15 giorni di tempo per esprimersi sull’ipotesi di un governo di unità nazionale aperto a tutti i partiti.
Questa proposta, però, è stata già respinta da Gbagbo. Il presidente contestato ha per altro annunciato un divieto di volo per tutti i mezzi della missione di pace dell’Onu, accusata di appoggiare Ouattara e gli ex-ribelli che controllano le regioni settentrionali dall’inizio della guerra civile (2002-2007).
Nella notte il rischio di un aggravarsi della crisi è stato confermato da colpi di artiglieria pesante esplosi nel settore di Yamoussoukro, la capitale politica che divide il Nord dal Sud per lo più fedele a Gbagbo. “Senza una soluzione rapida della crisi – si sottolinea nella nota diffusa dall’Unione Africana – la Costa d’Avorio rischia di precipitare in una violenza generalizzata che avrebbe conseguenze incalcolabili per il paese, per la regione e per l’intero continente”.

10 marzo 2011 - SI ATTENDE ESITO RIUNIONE ADDIS ABEBA, AD ABIDJAN CAOS E PROPAGANDA
Attesa per l’esito della riunione che si tiene oggi ad Addis Abeba tra i mediatori dell’Unione Africana, Alassane Ouattara – riconosciuto vincitore delle ultime elezioni presidenziali da parte della comunità internazionale – e il rappresentante inviato dal presidente uscente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo; ma anche tanto caos e tanta propaganda ad Abidjan dove ieri Gbagbo ha vietato il sorvolo e l’atterraggio di aerei appartenenti alle Nazioni Unite e alla Francia.
“In realtà – dice alla MISNA padre Dario Dozio, superiore regionale della Società missioni africane (Sma) – gli elicotteri dell’Onu continuano a sorvolare senza problemi Abidjan e penso che continueranno a farlo. Piuttosto, si tratta di un’altra puntata della campagna contro Onu e Francia che Gbagbo sta portando avanti e che comprende anche l’accusa di fornire armi alla parte avversaria. Per questo motivo ormai è diventato anche difficile muoversi senza dover passare attraverso posti di blocco spesso improvvisati in cui i sostenitori di Gbagbo frugano e perquisiscono alla ricerca di eventuali armi”.
Secondo la fonte della MISNA, è molto difficile verificare le notizie e i mezzi di informazione sono diventati inaffidabili. Smentita, per esempio, la notizia di danneggiamenti alla casa ad Abidjan delle Poverelle di Bergamo. Entrambi gli schieramenti controllano giornali e una televisione a testa, e le notizie che vengono diffuse sono quasi sempre di segno opposto.
L’unica certezza è che le violenze stanno proseguendo, che in alcuni quartieri gli scontri hanno causato vittime. Ieri, il presidente Barack Obama ha denunciato queste “violenze odiose” commesse ai danni dei civili, rinnovando l’invito a Gbagbo a farsi da parte.
Ma la situazione sul campo non è né semplice né chiara e a farne le spese sono anche i migranti. “Quel che posso dire – conclude padre Dozio – è di aver visto con i miei occhi le tracce di scontri nel quartiere di Adjame, che alcuni quartieri come quello di Abobo sono stati abbandonati dagli abitanti, e che in altri come quello di Abobo-doume e Treichville ci sono tensioni tra locali e immigrati di altri paesi africani. Questi ultimi gestiscono per lo più attività commerciali e molti preferiscono in questi giorni tenere abbassate le serrande per paura di attacchi. Come capitato in particolare a molti commercianti senegalesi, presi più di mira di altri per il coinvolgimento dei militari di Dakar nella missione dell’Onu”.

9 marzo 2011 - NUOVE VITTIME IN QUARTIERE ABIDJAN, DOMANI INCONTRO UNIONE AFRICANA
Sarebbe di quattro morti e 28 feriti il bilancio di violenze verificatesi ieri pomeriggio nel quartiere di Treichville, nella capitale economica Abidjan. Secondo testimonianze riferite dalla stampa, la guardia repubblicana, fedele al presidente uscente Laurent Gbagbo, sarebbe intervenuta con forza per disperdere alcuni giovani impegnati in atti vandalici. Le vittime – tre uomini e una donna – sarebbero state uccise da pallottole vaganti. Le violenze sono intervenute a termine di una giornata segnata da alcune manifestazioni di donne che hanno chiesto la pace e commemorato altre vittime, sette dimostranti uccise la scorsa settimana nel quartiere di Abobo.
È prevista per domani ad Addis Abeba una riunione dell’Unione Africana (UA) dedicata alla crisi ivoriana. Alassane Ouattara, il rivale politico di Gbagbo, riconosciuto vincitore delle elezioni presidenziali del 28 novembre scorso, ha previsto di recarsi nella capitale etiopica mentre Gbagbo, che ha respinto i risultati della commissione elettorale e mantiene il controllo di alcune aree del paese, dovrebbe mandare un suo rappresentante
8 marzo 2011 - PROTESTE DI DONNE, SOLIDARIETÀ CON VITTIME DI ABOBO
E’ ufficialmente per rendere omaggio alle donne uccise la scorsa settimana ad Abobo, quartiere ‘caldo’ di Abidjan, che oggi, Giornata internazionale della donna, centinaia di ivoriane hanno manifestato pacificamente in più zone della capitale economica. A Koumassi, quartiere meridionale, più di mille donne vestite di bianco con una fascia rossa in testa hanno sfilato intonando canti e slogan contro il presidente uscente Laurent Gbagbo, al potere dal 2000. A Treichville la protesta è stata più ‘politica’ con manifestanti vestite di nero che esibivano dei cartelloni per dire “Gbagbo assassino, fuori” e ribadire il proprio sostegno al rivale Alassane Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale come il presidente legittimo della Costa d’Avorio.
Le Forze di difesa e sicurezza (Fds) di Gbagbo vengono indicate come responsabili della morte di sette donne che protestavano ad Abobo mentre il presidente uscente punta il dito contro gli “insorti” del cosiddetto ‘comando invisibile’, operativo nella capitale a sostegno di Ouattara. Altre proteste sono state organizzate in giornata in più città del nord, come a Bouaké, feudo della ribellione delle Forze nuove (Fn) pro Ouattara.
In un incontro tenuto a Bouaké, rappresentanti della società civile della Valle del Bandama ma anche delle Fn hanno rimproverato alla locale missione Onu (Onuci) di “essere inattiva dallo scoppio della crisi post-elettorale, in particolare di fronte alle violenze perpetrate dalle Fds contro le popolazioni civili” si legge in un comunicato giunto alla MISNA. I partecipanti si sono anche lamentati delle condizioni di vita sempre più difficili a causa dei frequenti black-out e della sospensione dell’erogazione dell’acqua nelle zone Centro, Nord e Ovest (Cno), amministrate dalla ribellione, ma anche dell’insicurezza crescente.
Violenze e instabilità che stanno infierendo da settimane ad Abidjan e da pochi giorni anche nell’ovest del paese, nelle vicinanze di Toulépleu. “Circa 75.000 ivoriani si sono rifugiati nella confinante Liberia, di cui la metà dal 24 febbraio, quando sono iniziati i combattimenti dell’ovest, a Zouan-Hounien” riferisce da Abidjan l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), precisando che ora “sono intere famiglie che varcano il confine mentre prima erano soprattutto donne e bambini”. Ai 70.000 sfollati interni riparati in più località occidentali, in particolare a Duékoué, si aggiungono tra 200.000 e 300.000 civili in fuga da Abobo dalla scorsa settimana. Fonti umanitarie interpellate dalla MISNA, di cui Caritas ivoriana, Unhcr e Croce Rossa internazionale, deplorano l’escalation di violenza che di fatto rallenta o impedisce ogni intervento umanitario.
Dal fronte politico-diplomatico giunge invece la conferma che Gbgabo non andrà di persona ad Addis Abeba: a rappresentarlo in sede dell’Unione Africana (UA) sarà il presidente del suo partito (il Fronte popolare ivoriano, Fpi), Pascal Affi N’Guessan, accompagnato dal suo ministro degli Esteri, Alcide Djédjé. Domani, in presenza di Ouattara, i cinque presidenti-mediatori dell’UA dovrebbero presentare alle parti contendenti una serie di “proposte vincolanti” per un’uscita pacifica della crisi successiva al ballottaggio de 28 novembre

4 marzo2011 - CIBO, LUCE E INSICUREZZA, CRESCE L’URGENZA UMANITARIA
“Le capacità di intervento dell’Unhcr e degli operatori umanitari in generale sono sempre più limitate a causa dell’insicurezza diffusa, del difficile accesso alle riserve alimentari, del black-out e dell’interruzione dell’erogazione dell’acqua su grande parte del territorio. Lanciamo un appello alle due parti contendenti affinché lascino gli operatori umanitari svolgere il proprio lavoro in una situazione di grave urgenza umanitaria” dice alla MISNA Monique Sokhan, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ad Abidjan, confermando la sospensione delle proprie attività su vasta scala nell’ovest della Costa d’Avorio.
“Abbiamo dovuto interrompere l’allestimento di un campo per sfollati a Duékoué a causa dell’insicurezza generale che ci costringe a limitare gli spostamenti nella regione, in particolare lungo la zona cuscinetto e sulla strada in direzione di Man” prosegue l’interlocutrice della MISNA, sottolineando che un piccolo gruppo di operatori umanitari è ancora presente a Guiglo. “Stiamo ora valutando come portare avanti l’assistenza dal punto di vista logistico grazie ai nostri partner locali, però a complicare il quadro c’è anche il black-out delle regioni Centro, Nord e Ovest (Cno) che rende le comunicazioni molto difficili” dice la Sokhan, valutando in circa 80.000 il numero di sfollati interni e in più di 40.000 i rifugiati nella confinante Liberia.
Altrettanto preoccupante è la situazione in più quartieri della capitale economica, Abidjan, come Abobo e Anyama, teatro di scontri e violenze da attribuire alle Forze di difesa e sicurezza (Fds), al cosiddetto ‘commando invisibile’ presumibilmente formato da ribelli delle Forze nuove (Fn) e ai ‘giovani patrioti’ vicini a Laurent Gbagbo. Per l’Unhcr, più di 200.000 persone hanno abbandonato Abobo negli ultimi giorni mentre quelle che sono rimaste “sono rintanate dentro casa, in qualche modo ostaggio dei combattimenti” conclude la Sokhan. “Almeno 5000 persone hanno trovato rifugio nelle chiese dei due quartieri e necessitano di cibo, medicinali, acqua potabile ma anche di assistenza psicologica” dice alla MISNA Justine Kouadio, dell’ufficio stampa di Caritas sottolineando che “in un futuro prossimo gli interventi umanitari saranno sempre più difficili a causa dell’embargo sui medicinali e dell’esaurimento delle riserve di cibo”.
“La situazione è davvero precaria ad Abobo dove i giovani patrioti stanno saccheggiando le abitazioni abbandonate, sottopongono i civili ad accurate perquisizioni ma anche a gravi maltrattamenti” racconta alla MISNA padre Ignatius Anipu, rettore della casa di formazione dei Padri Bianchi , colpita da un razzo la scorsa settimana, con sede ad Abobo, quartiere dove vivono più di 1,5 milione di persone.
Alla luce del deteriorarsi della sicurezza in Costa d’Avorio, il presidente del Ciad, Idriss Deby Etno, uno dei cinque mediatori dell’Unione Africana (UA) ha esortato Gbgabo e Alassane Ouattara ad “un’interruzione immediata degli scontri e al rispetto di un cessate il fuoco” per privilegiare “la via del dialogo verso una soluzione pacifica e fraterna della crisi post-elettorale”. I cinque mediatori dell’UA dovrebbero raggiungere Abidjan nel pomeriggio dopo una riunione a Nouakchott (Mauritania), ma le loro proposte per un’uscita dalla crisi non verranno presentate prima della fine del mese.
Nel frattempo l’Onu riferisce di un possibile trasferimento di armi leggere da parte dello Zimbabwe destinate alle forze di Gbgabo: uno scenario che se venisse confermato rappresenterebbe una violazione dell’embargo sulle armi in vigore dal 2004 in Costa d’Avorio. La locale missione di caschi blu, l’Onuci, avrebbe anche riscontrato “arrivi sospetti di materiale militare dall’Angola”. Fonti locali della MISNA hanno più volte riferito della presenza nella capitale di uomini armati al volto coperto che parlano portoghese e inglese, probabilmente di origine liberiana e angolana.

3 marzo 2011 - MONITO CONSIGLIO DI SICUREZZA, PAESE ALLO STREMO
I quindici paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno espresso tutta la loro preoccupazione “di fronte al rischio di una nuova guerra civile” in Costa d’Avorio, chiamando le parti “alla moderazione e al ritegno per impedire tale scenario”, ha insistito l’ambasciatore cinese Li Baodong che assume la presidenza a rotazione del Consiglio.
Il comunicato diffuso al termine della riunione fa anche riferimento alla “recente escalation di violenza, in particolare ad Abidjan, dopo attacchi ai danni dei residenti, donne comprese” mentre nel quartiere di Abobo sette donne venivano uccise dalle Forze di difesa e di sicurezza (Fds)durante una protesta che chiedeva le dimissioni di Laurent Gbgabo, presidente uscente al potere dal 2000. L’ultimo bilancio delle violenze diffuso dalle Nazioni Unite riferisce di 356 vittime dall’inizio delle tensioni, a metà dicembre, di cui 50 l’ultima settimana.
Due mesi dopo il contestato ballottaggio delle presidenziali, punto di partenza della grave crisi in atto, la Costa d’Avorio è in ginocchio anche dal punto di vista economico e finanziario. Sta avendo pesanti conseguenze sull’attività commerciale e sulla vita quotidiana l’interruzione di erogazione dell’elettricità cominciata lunedì nelle zone del centro, del nord e dell’ovest (Cno) del paese, in particolare a Korhogo, amministrate dalla ribellione delle Forze nuove (Fn) vicina all’altro contendente, Alassane Ouattara.
Altrove, come a Bougouanou, i prezzi dei trasporti sono triplicati negli ultimi giorni a causa della penuria di carburante. Nella capitale economica, Abidjan, dopo i produttori di cacao sottoposti all’embargo delle esportazioni verso l’Unione europea, sono gli studenti in medicina a protestare. Dal 28 Febbraio è in vigore l’embargo sui medicinali decretato da Bruxelles per ‘punire’ Gbgabo, determinato a non lasciare il potere: un provvedimento che avrà conseguenze molto gravi per la popolazione, in particolare per gli sfollati.

1 marzo 2011 - ATTACCHI A CIVILI E MISSIONE ONU, CRESCE LA TENSIONE
All’aeroporto di Yamoussoukro (centro), la capitale politica, esperti del Comitato per le sanzioni dell’Onu e un ufficiale delle forze di mantenimento della pace (Onuci) sono stati bersagliati da spari provenienti da agenti di sicurezza del presidente uscente Laurent Gbagbo. A Port-Bouet, nelle vicinanze di Abidjan, due impiegati dell’Onu rapiti dai ‘giovani patrioti’ che sostengono Gbagbo sono stati rilasciati dopo poche ore. Il coprifuoco, in vigore dalle 21 alle sei (ora locale), è stato prorogato almeno fino a giovedì nei quartieri ‘caldi’ di Abobo e Anyama.
Dalle ultime notizie che giungono dalla Costa d’Avorio si evince un clima sempre più teso, in particolare tra Gbagbo e la locale missione Onu che da settimane viene accusata di armare ribelli delle Forze nuove (Fn), vicine al contendente Alassane Ouattara.
Sulla vicenda è intervenuto il segretario generale dell’Onu, che in un incontro col presidente americano Barack Obama si è detto “preoccupato per l’escalation di violenza” nel paese d’Africa occidentale; entrambi hanno ribadito “la necessità di consentire al presidente legittimo (Ouattara, ndr) di governare”.
Ad alimentare la tensione tra Gbagbo e l’Onuci è stata la notizia di una presunta violazione dell’embargo sulle armi in Costa d’Avorio, in vigore dal 2004, da parte della Bielorussia che avrebbe consegnato materiale di difesa e tre elicotteri da combattimento Mi-24 a Yamoussoukro. Il Comitato per le sanzioni dell’Onu sta raccogliendo maggiori informazioni in vista di una prossima riunione urgente del Consiglio di sicurezza, inizialmente prevista per ieri e poi rinviata. “Esigiamo il pieno rispetto dell’embargo e avvertiamo il paese fornitore così come Gbagbo che misure appropriate verranno decise in risposta a questa violazione” ha insistito Ki-moon.
A lanciare l’allarme per la difficile situazione dei civili sono le organizzazioni umanitarie. “Le popolazioni civili vanno protette e risparmiate, la loro dignità va rispettata. Le forze in presenza non devono utilizzare gli abitanti come scudi umani e devono essere liberi di lasciare le zone dei combattimenti” ha detto Ndolamb Ngokwey, coordinatore umanitario dell’Onu in Costa d’Avorio, chiedendo “maggiore garanzie dalle due parti per facilitare l’evacuazione dei feriti” e che “i corpi delle vittime in mezzo alla strada siano sepolti nel rispetto della dignità umana”. Anche il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha chiesto “rispetto per la vita e la dignità umana in ogni momento e circostanza”. Alle 300 vittime, secondo l’Onu si aggiungono centinaia di feriti, più di 40.000 rifugiati in Liberia e più di 20.000 sfollati interni.
Alcune indiscrezioni divulgate sul quotidiano locale ‘Notre Voie’ non contribuiscono, però, a distendere il clima: da una parte l’Onuci e l’operazione francese ‘Licorne’ starebbero preparando attacchi aerei, con il sostegno della ribellione, per far precipitare la situazione, da un’altra Parigi si starebbe adoperando per svalutare il franco ivoriano.
Un’instabilità e un’insicurezza crescenti che hanno portato nove testate indipendenti o pro-Ouattara a sospendere la propria pubblicazione. “Abbiamo preso questa decisione nonostante il nostro dovere di informazione nei confronti degli ivoriani” ha spiegato Dembélé-Alséni, responsabile del cosiddetto Collettivo della stampa libera, denunciando “arresti arbitrati, interrogatori violenti e detenzioni ingiustificate nei confronti dei giornalisti”.

28 febbraio 2011 - SOCIETÀ CIVILE E UMANITARI, APPELLI IN DIFESA POPOLAZIONE
“In attesa delle proposte dell’Unione Africana si è aggravato il braccio di ferro tra le parti rivali per cercare di influenzarne le decisioni finali: i primi a soffrirne sono i civili innocenti, vittime di gravi violazioni dei diritti umani e costretti all’esodo. Siamo seriamente preoccupati per l’evolversi della situazione umanitaria” dice alla MISNA Patrick N’Gouan, direttore della Convenzione della società civile ivoriana, dopo un fine settimana di scontri nella capitale economica, Abidjan, e in altre località occidentali.
“Di fronte a divisioni all’interno della stessa UA, di ritardi a ripetizione nell’annunciare le proposte siamo poco speranzosi nella risoluzione diplomatica della crisi in tempi brevi” aggiunge l’attivista ivoriano. Rivolgendosi ai contendenti, Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara, la società civile del paese d’Africa occidentale chiede di accettare le decisioni dell’Unione Africana “qualunque esse siano” per il bene superiore della nazione.
Al di là della mediazioni in corso, dall’organismo continentale N’Gouan si aspetta un sostegno per istituire un “meccanismo di verità, consenso e riconciliazione” per consentire al paese “profondamente diviso di vivere finalmente nella pace e la stabilità”. L’interlocutore della MISNA deplora anche il fatto che la popolazione “venga manipolata a fini politici facendo leva anche sulla propria fede, che viene strumentalizzata in chiave propagandista”. Due moschee sono state incendiate nel quartiere di Yopougon, ad Abidjan, “per mettere musulmani (tra il 30 e il 50% della popolazione, ndr) e cristiani (il 50% degli ivoriani, ndr) l’uno contro l’altro” denuncia il coordinatore della società civile.
Le violenze e violazioni dei diritti umani perpetrate dall’inizio della crisi post-elettorale, in atto da fine novembre, hanno già fatto circa 300 vittime secondo il bilancio diffuso dall’Onu. “Sia le forze pro-Gbagbo che la ribellione sono responsabili delle esazioni perpetrate: la Corte penale internazionale dovrà aprire un’inchiesta per fare la luce su questi fatti ma anche sulla presunta presenza di miliziani liberiani e angolani” insiste N’Gouan. In realtà il problema delle forze armate su terreno risale agli anni più bui della crisi durata dal 2002 al 2007; “la ribellione non è mai stata completamente disarmata e non c’è mai stata grande fiducia tra le due parti in causa – conclude l’attivista – siamo entrati in un circolo vizioso di problemi vecchi mai affrontati seriamente”. Ad esprimere difficoltà negli interventi sul terreno e preoccupazione per la situazione umanitaria è la Caritas Costa d’Avorio: “Sanzioni e embargo colpiscono l’intera popolazione innocente” si legge in un comunicato diffuso ad Abidjan. Particolarmente penalizzante sia per la popolazione che per gli operatori umanitari è la chiusura delle banche, l’embargo nei porti di Abidjan e San Pedro e la decisione dell’Unione europea (Ue) in vigore da oggi di proibire l’invio di medicinali in Costa d’Avorio.

25 febbraio 2011 - AD ABIDJAN CIVILI ARMATI, APPELLI ALLA CALMA
“In ogni quartiere la gente ha preso le armi, ha eretto posti di blocco dove chiunque passi viene controllato per evitare l’ingresso di soggetti sospetti. Sono i civili a garantire la propria sicurezza visto che le Forze di difesa e sicurezza (Fds, la polizia) non sono più in grado di farlo. Qui si respira un clima di guerriglia urbana” dice alla MISNA dalla capitale economica Abidjan un giornalista del quotidiano ‘L’Intelligent d’Abidjan’, Philippe Kouhon.
“In realtà si tratta di branchi di giovani sovraeccitati che hanno ricevuto carta bianca in nome della sicurezza. La situazione è molto confusa e per molti aspetti fuori controllo” dice invece una fonte della società civile che preferisce rimanere anonima. Solo poche ore fa il capo dei ‘giovani patrioti’, Charles Blé Goudé, che sostiene Laurent Gbagbo, aveva invitato i giovani abitanti di Abidjan a formare comitati per impedire alla locale missione Onu (Onuci) di circolare, accusandola di far infiltrare ribelli. Fonti locali della MISNA riferiscono di un esodo ininterrotto di abitanti, soprattutto donne e bambini, dal quartiere di Abobo, punto caldo della città sin dall’inizio del braccio di ferro elettorale tra Gbagbo e Alassane Ouattara.
Fuori dalla capitale economica, dopo gli scontri di ieri, i ribelli delle Forze Nuove (Fn) hanno preso il controllo della località occidentale di Zouan-Hounien, facendo indietreggiare le Fds di Gbagbo. Lungo la zona di confine interno che durante gli anni della crisi (2002-2007) separava i territori amministrati dalle forze governative da quelli gestiti dalla ribellione, le Fds sono in stato di allerta. L’episodio di ieri segna di fatto la prima violazione del cessate il fuoco siglato sei anni fa tra le parti. Una situazione che ha portato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ad esprimere la sua “grave preoccupazione di fronte al deteriorarsi della situazione ivoriana”, presentata come “un’escalation inquietante che rischia di far ripiombare il paese nella guerra civile”. Intanto l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) riferisce che proprio per l’aggravarsi della situazione nelle ultime 24 ore almeno 5000 ivoriani sono fuggiti in Liberia, portando a 45.000 il numero di rifugiati nel paese confinante; altre 39.000 persone sono sfollati interni stabiliti nell’ovest della Costa d’Avorio

25 febbraio 2011 - SI AMPLIA FRONTE DEGLI SCONTRI
Si sta deteriorando il clima di tensione e l’insicurezza in Costa d’Avorio: fonti della locale missione Onu (Onuci) confermano alla MISNA gli scontri della scorsa notte nella capitale politica Yamoussoukro (centro), dove le Forze di difesa e sicurezza (Fds) riferiscono di essere state attaccate nel quartiere di Dioulabougou, favorevole a Alassane Ouattara, e di aver soltanto risposto all’aggressione. E’ incerto il bilancio di alcuni feriti diffuso finora soprattutto per l’assenza di fonti indipendenti sul posto e dopo l’episodio notturno è in stato di allerta la locale scuola militare di Zambakro.
Il braccio di ferro politico tra Laurent Gbagbo e Ouattara, in rivalità per la poltrona presidenziale, si sta però concentrando nella capitale economica Abidjan. La situazione più grave è quella del quartiere pro-Ouattara di Abobo dove nonostante il coprifuoco scontri sono in corso da tre giorni, anche con l’uso di artiglieria pesante, costringendo centinaia di abitanti a lasciare le proprie case. Nelle ultime ore tafferugli a macchia d’olio vengono anche segnalati nei quartieri di Treichville, Yopougon e Koumassi.
Discordanti le versioni fornite dai contendenti così come i bilanci delle vittime diffusi sui media locali: per i pro-Gbgabo le violenze sono alimentate da un gruppo armato composto da ribelli delle Forze nuove, alleati di Ouattara, mentre quest’ultimo accusa polizia e ‘giovani patrioti’ di repressione indiscriminata nei confronti dei civili. “Di ora in ora la situazione si fa sempre più tesa e incerta, siamo ripiombati anni indietro, nel periodo più buio della guerra civile ufficialmente conclusa nel 2007” dice alla MISNA una fonte locale che preferisce rimanere anonima. “A preoccupare di più è il fatto che le armi sono ora in mano ai civili che si difendono da soli e che le parti hanno anche ricorso ad armi pesanti come lancia razzi” aggiunge l’interlocutore.
Ad aggravare il clima di tensione sono anche i proclami ufficiali delle forze in campo: dopo l’appello di Charles Blé Goudé, capo dei ‘giovani patrioti’ legati a Gbagbo, a formare comitati per impedire all’Onuci di circolare – accusata di far infiltrare ribelli ad Abidjan – militanti del partito di Ouattara l’ ‘Rhdp’ hanno convocato una marcia di protesta popolare a Yamoussoukro con l’obiettivo di spingere Gbgabo a lasciare il potere.
“Il problema è anche economico e di gestione della vita quotidiana: dopo la chiusura delle banche la gente non può più ritirare contanti, ora è rimasta senza soldi” dice alla MISNA un giornalista ivoriano, Philippe Kouhon. In teoria i mediatori dell’Unione Africana (UA) dovrebbero presentare Lunedì alcune proposte vincolanti alle parti ivoriane per risolvere pacificamente la crisi post-elettorale.

25 febbraio 2011 - AD ABIDJAN VIOLENZE E PAURA
Un appello a ostacolare ogni attività dei “peacekeeper” delle Nazioni Unite è stato diffuso da un ministro del presidente uscente Laurent Gbagbo, mentre fonti della MISNA nelle città di Abidjan e Duékoué riferiscono di crescenti timori che la crisi post-elettorale possa sfociare in un nuovo conflitto civile.
Charles Blé Goudé, ministro della Gioventù noto per le responsabilità nelle fasi più drammatiche del conflitto, ha ribadito le accuse di faziosità nei confronti dell’Onu e chiesto alla popolazione di impedire ai caschi blu “ogni accesso al distretto di Abidjan”. Da Duékoué, non lontano dal confine occidentale con la Liberia, i missionari salesiani dicono che “non si ha notizia di nuovi incidenti ma gli scontri avvenuti ieri nella zona di Zouan-Houinien sono un segnale allarmante”. I combattimenti avrebbero opposto militari fedeli a Gbagbo a ex-ribelli delle Forze nuove che ora sostengono Alassane Ouattara, considerato da Onu e Unione Africana il vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno scorso.
In una nota diffusa ieri sera, la missione dell’Onu in Costa d’Avorio ha sottolineato che gli scontri “rischiano di costituire una ripresa del conflitto armato e una violazione del ‘cessate-il-fuoco’” concordato nel 2007. Questa notte combattimenti sono stati segnalati anche nella capitale politica Yamoussoukro, dove raffiche di colpi di arma da fuoco sarebbero state udite per ore nei pressi della caserma delle Forze di difesa e sicurezza fedeli a Gbagbo.
A preoccupare però sono soprattutto le violenze degli ultimi giorni ad Abidjan, la capitale economica. Nel timore di nuovi scontri molte famiglie hanno lasciato il quartiere di Abobo, una delle roccaforti di Ouattara. “La gente ha paura” dice alla MISNA padre Francisco Vicente da Silva, ad Abidjan con il Pontificio istituto missioni estere (Pime). Lo conferma l’annuncio della sospensione a tempo indeterminato della pubblicazione del quotidiano “L’Intelligent d’Abidjan”. “Non ci sono – si sottolinea in un comunicato della redazione – condizioni favorevoli al lavoro dei giornalisti, minacciati e molestati di continuo”.
22 febbraio 2011 - DIFFICILE MISSIONE UNIONE AFRICANA, ANCORA VIOLENZE
Procede in un clima di violenza e tensione la missione dell’Unione Africana (UA) in corso da ieri ad Abidjan dove almeno sei manifestanti favorevoli ad Alassane Ouattara sono stati uccisi in più quartieri della capitale economica. Ad intervenire per disperdere i manifestanti che rivendicano la partenza del presidente uscente Laurent Gbagbo sono stati i militari ivoriani che hanno sparato sulla folla mentre il coprifuoco in vigore dal fine settimana è stato prorogato fino a giovedì, dalle 21 alle 6. Ai morti – secondo le forze pro-Ouattara il bilancio è di almeno 12 vittime, di cui tre civili colpiti da un razzo – si aggiungono decine di feriti nei quartieri di Koumassi e Treichville. Già durante il fine settimana almeno tre civili e due elementi delle forze pro-Gbagbo sarebbero stati uccisi in proteste, anche per l’arrivo della missione UA.
E’ in questo difficile contesto che si svolge la missione dei quattro presidenti africani (Ciad, Mauritania, Sudafrica e Tanzania) e del presidente della Commissione UA Jean Ping che hanno già incontrato Gbagbo, al potere dal 2000, decretato dalla Corte costituzionale vincitore del ballottaggio ma non riconosciuto dalla comunità internazionale. Dopo quattro ore di colloqui Gbagbo ha chiesto con insistenza il riconteggio dei voti del 28 novembre: un’opzione per ora alla quale non aderisce la missione africana. Si è invece rifiutato di ricevere la missione UA Ouattara, storico oppositore considerato dalla comunità internazionale l’unico presidente legittimo della Costa d’Avorio. Ad incontrare i cinque emissari è stato il suo primo ministro, Guillaume Soro, che ha spiegato il rifiuto di Ouattara con l’assenza del presidente burkinabé, Blaise Compaoré, rimasto a Ouagadougou per “motivi di sicurezza”. Oltre ad essere stato il mediatore nei colloqui inter-ivoriani, Compaoré è l’unico rappresentante della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) nella missione UA. Intanto l’appello ad una “Rivoluzione arancio”, una rivolta popolare per spingere Gbagbo a dare le dimissioni, non sembra aver avuto grande seguito nelle principali città. Sebbene il diplomatico Ally Coulibaly, vicino a Ouattara, abbia detto: “Quando il popolo ivoriano si sveglierà, Gbagbo fuggirà e questo giorno si sta avvicinando ineluttabilmente (…) il vento di rivolta che soffia alla fine porterà via anche Gbgabo”. 

18 febbraio 2011 - PROTESTANO PRODUTTORI CACAO, BANCHE SOTTO ‘TUTELA’
Hanno protestato davanti alla sede dell’Unione europea (Ue) ad Abidjan, la capitale economica, i produttori ivoriani di cacao: in un gesto simbolico hanno bruciato sacchi di cacao per contestare l’embargo sulle esportazioni dalla Costa d’Avorio deciso da Bruxelles. “Le nostre produzioni stanno marcendo nei depositi dove sono ferme da settimane, ora basta” ha detto il presidente del Consiglio dei saggi della filiera cacao, Bléoué Aka mentre alcuni produttori della zona di San Pedro (sud-ovest) sostengono che “la politica non deve interferire con le attività agricole. Se non riusciamo a vendere i nostri prodotti come faremo a vivere?”.
Contribuendo al 40% delle esportazioni, la filiera del cacao e del caffè rappresenta il 20% del Prodotto interno lordo del paese d’Africa occidentale. L’economia ivoriana sta subendo i contraccolpi della crisi politica in atto da più di due mesi, dopo le controverse elezioni presidenziali del 28 novembre. All’embargo deciso dall’Ue si aggiunge il divieto di esportare cacao, imposto dal presidente Alassane Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale, e che potrebbe protrarsi oltre il termine del 23 febbraio per spingere il suo rivale, il presidente uscente Laurent Gbagbo, ad abbandonare il potere.
Quest’ultimo, per dare respiro finanziario al suo governo, ha preso il controllo delle banche straniere che da ieri hanno chiuso le proprie filiali di Abidjan per motivi di sicurezza. Un decreto a firma di Gbagbo sancisce che “a tutela dei posti di lavoro” e per “garantire a operatori economici e semplici cittadini l’accesso ai propri risparmi in tempi brevi”, lo Stato della Costa d’Avorio “prende il controllo del capitale di alcune banche con una presa di partecipazione totale e completa”.
Nel frattempo il primo ministro di Ouattara, l’ex-capo ribelle Guillaume Soro ha invitato il “popolo della Costa d’Avorio, in città e nei villaggi, a coordinarsi per fare la sua rivoluzione e cacciare via Gbagbo” seguendo il modello della Tunisia e dell’Egitto. Ouattara ha poi insistito che la popolazione “non può più aspettare decisioni da parte dell’Unione Africana e della Comunità economica dei paesi d’Africa occidentale”.[VV]

17 febbraio 2011 - PROROGA A MISSIONE ONU, FILE IN BANCA
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che proroga di tre mesi la presenza in territorio ivoriano di 500 caschi blu distaccati dalla missione in Liberia (Minul) a sostegno della locale ‘Onuci’. Nel testo, i membri del Consiglio sottolineano “il contributo essenziale delle risorse trasferite dalla vicina Liberia alla luce delle difficili circostanze nelle quali si trova la Costa d’Avorio” dopo due mesi e mezzo di braccio di ferro politico-istituzionale tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e suo rivale Alassane Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale come legittimo vincitore del ballottaggio del 28 novembre.
L’incertezza diffusa in termini di sicurezza e la paralisi delle istituzioni sta facendo sprofondare il paese nello stallo economico-finanziario, con gravi ripercussioni sulla popolazione e gli equilibri regionali. A poche ore dalla chiusura delle filiali di quattro importanti istituti bancari esteri ad Abidjan, la capitale economica, e dopo il ‘divorzio’ tra l’amministrazione Gbagbo e la Banca centrale dei paese di Africa occidentale (Bceao) il sistema bancario risulta praticamente bloccato. Una situazione che suscita la preoccupazione di numerosi cittadini: fonti di stampa locale riferiscono di file infinite da stamani davanti alle poche banche ancora aperte nel quartiere degli affari di Plateau, ad Abidjan.
“La prudenza ci deve guidare di fronte ad una situazione incerta e alla possibile chiusura di tutte le banche, ecco perché veniamo a prelevare i nostri risparmi” ha detto all’agenzia France Presse un’imprenditrice locale.

16 febbraio 2011 - PRODUTTORI DI CACAO DENUNCIANO SANZIONI
Hanno denunciato l’embargo imposto dall’Unione europea alcune decine di produttori di cacao e di caffè convenuti ieri per un incontro nella capitale economica, Abidjan. Polmone dell’economia del paese, il settore del cacao sta subendo i contraccolpi della crisi politica scoppiata lo scorso dicembre dopo le elezioni presidenziali. Per sanzionare il presidente uscente Laurent Gbagbo, Alassane Ouattara, il candidato presidenziale riconosciuto vincitore dalla comunità internazionale, aveva imposto alcune settimane fa un divieto di esportazioni di cacao. Bruxelles ha dal canto suo posto un embargo di fatto, chiedendo alle navi europee di non lavorare più con i porti di Abidjan e San Pedro. Alcune multinazionali del settore del cacao hanno congelato le loro attività di scambi con gli attori ivoriani. “Se gli europei non vogliono il nostro cacao, lo venderemo ai cinesi. Diamo una settimana di tempo all’Unione europea per cambiare idea, se non lo farà scaricheremo tutta la nostra produzione davanti ai loro uffici” ha detto Sansan Kouao, vicepresidente del Consiglio dei saggi della filiera cacao e simpatizzante di Gbagbo. I coltivatori hanno sottolineato che le sanzioni non faranno altro che accrescere la povertà nelle campagne. Parte della produzione è attualmente venduta a prezzi ridotti attraverso il Ghana, il Burkina Faso e il Mali. Sul fronte politico, resta lo stallo tra l’oppositore eletto Ouattara e Gbagbo, che non riconosce l’esito del voto e rifiuta di cedere il potere.

15 febbraio 2011 - PRESIDENTE GBAGBO QUERELA PAESI AFRICA OCCIDENTALE
Gli avvocati del presidente uscente Laurent Gbagbo hanno querelato la Corte di giustizia della Comunità economica dell’africa occidentale (Cedeao) dopo che quest’ultima aveva proclamato l’oppositore Alassane Ouattara legittimo vincitore delle contestate elezioni presidenziali del novembre scorso. Secondo i legali del presidente, la Cedeao “ha valicato i limiti che hanno portato alla sua costituzione, che ha per unico scopo la gestione e l’integrazione economica dei paesi della regione”.
L’accusa sostiene inoltre che “ogni paese africano è sottomesso agli impegni dell’Onu e dell’Unione Africana che prevede e specifica la sovranità di ciascun paese entro le sue frontiere”. Immediata la reazione del campo avversario guidato da Ouattara che ha ricordato come “il mandato di Gbagbo è scaduto nell’ottobre 2005 ed è solo grazie ad accordi internazionali e alla Cedeao che è rimasto al potere fino ad ora”.
Il braccio di ferro tra Ouattara, sostenuto dalla comunità internazionale e Gbagbo sta paralizzando il paese da oltre tre mesi con conseguenze anche gravi sulla vita dei cittadini e le esportazioni, voce fondante dell’economia.

14 febbraio 2011 - ACCUSE E STALLO ECONOMIA, PROSEGUE BRACCIO DI FERRO
Con scambi di accuse e misure restrittive nei confronti del rivale, prosegue il braccio di ferro politico-istituzionale tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e l’oppositore Alassane Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale come il legittimo vincitore del ballottaggio del 28 novembre. In un comunicato letto all’emittente televisiva pubblica ‘Rti’ Gbgabo ha denunciato “l’ingerenza grave e inammissibile” dell’ambasciatore degli Stati Uniti ad Abidjan, Philipp Carter, negli affari interni ivoriani. Di recente il diplomatico inviato da Washington aveva dichiarato che a breve l’esercito interromperà il suo sostegno a favore di Gbagbo, prevedendo “un’uscita di scena pacifica e onorevole” per il capo di Stato al potere dal 2000. Inoltre nel fine-settimana la segretaria di Stato americana ha annunciato di avere accettato le credenziali presentate da Daouda Diabeté, ambasciatore che rappresenterà Ouattara a Washington. Isolata diplomaticamente e finanziariamente, dopo aver preso il controllo della sede ad Abidjan della Banca centrale dei paesi d’Africa occidentale (Bceao), l’amministrazione Gbagbo ha costretto il personale straniero a rimanere a casa in “congedo forzato”, impedendogli di uscire dal territorio ivoriano. Per costringere il suo rivale Gbagbo a lasciare il potere, Ouattara ha invece annunciato la possibilità di prorogare oltre il 23 febbraio l’embargo sulle esportazioni di cacao ivoriano: un veto sostanzialmente applicato dai negozianti che nei porti tengono ferme le riserve di fave comprate agli agricoltori. Le produzioni di cacao e caffè contribuiscono al 40% delle entrate derivanti dalle esportazioni e al 20% del Prodotto interno lordo; il blocco delle vendite dalla Costa d’Avorio ha già fatto salire il prezzo di vendita sui mercati mondiali oltre ad alimentare la preoccupazione degli operatori economici.

11 febbraio 2011 - CONCLUSA MISSIONE UA, VITA SEMPRE PIÙ DIFFICILE
Si è conclusa avvolta a grande discrezione la missione dei diplomatici inviati dall’Unione Africana (UA) ad Abidjan per consultazioni con le forze coinvolte nella crisi post-elettorale in atto da più di due mesi. Ora c’è attesa per l’arrivo, annunciato tra il 22 e il 23 febbraio, dei cinque presidenti africani (sudafricano, ciadiano, mauritano, burkinabé e tanzaniano) scelti come mediatori dall’UA. Hanno il compito di delineare “misure vincolanti”, mantenendosi però sulla strada di una soluzione pacifica, per portare il presidente uscente Laurent Gbagbo a lasciare il potere al suo rivale, Alassane Ouattara, riconosciuto come legittimo vincitore delle elezioni dalla comunità internazionale. Contrastante è la valutazione fatta ad Abidjan dei colloqui degli ultimi giorni: mentre i collaboratori di Gbagbo si dicono “soddisfatti” per “l’allontanarsi della soluzione militare”, quelli di Ouattara esprimono “diffidenza” e ribadiscono che “non c’è niente da negoziare: solo l’uscita di scena di Gbagbo”. Di fatto rimangono invariate le posizioni dei due contendenti e gli osservatori sottolineano che il margine di azione dell’Unione Africana è molto limitato. Inoltre i media ivoriani riferiscono del costante deteriorarsi delle condizioni di vita delle popolazioni: “Frequenti black-out, penuria di medicinali e gas per uso domestico, denaro contante non più disponibile, negozi vuoti e immondizia in mezzo alle strade: l’impasse politica ha fatto sprofondare il paese in piena crisi economica” scrive il sito di informazione ‘Abidjan.net’.  I civili sono i primi colpiti dal braccio di ferro politico tra Ouattara e Gbagbo: almeno 296 persone hanno perso la vita nei disordini post-elettorali secondo l’ultimo bilancio diffuso dalla locale missione Onu, nota come ‘Onuci’. Le ultime vittime sono state registrate nel quartiere pro Ouattara di Abidjan, Abobo, teatro di nuovi scontri lunedì, e nella città occidentale di Duékoué, dove sono presenti almeno 38.000 sfollati interni. Preoccupa anche il mancato rispetto del diritto all’informazione e il “pugno duro” del governo Gbagbo nei confronti dei giornalisti denunciato dall’organizzazione di difesa della stampa ‘Reporter senza frontiere’ (Rsf).

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