LA REGINA
DI
YAKASSE’
Piccolo racconto di una meravigliosa esperienza vissuta in Costa
d’Avorio
08-18 maggio 2006
Quando si è bambini ci sono momenti in cui si rimane affascinati da
storie che colpiscono in maniera particolare. Si resta colpiti da coloro che ce
le raccontano, e soprattutto per il modo in cui lo fanno.
Il periodo
della scuola è fondamentale per la crescita e la formazione dello spirito. E’
il periodo in cui la voglia di conoscenza e di apprendimento stimola la nostra
curiosità, fino a portarci ad approfondire certi aspetti particolari.
Ricordo ancora, come fosse successo ieri, quando alla scuola elementare
veniva a trovarci un missionario Comboniano che si chiamava Padre Pierino Re,
missionario del Convento dei Frati Missionari della Baratoff a Pesaro. Ogni
volta che tornava da un viaggio in Africa veniva a trovarci a scuola e ci
raccontava dell’opera di carità ed aiuto che svolgeva durante le sue missioni.
Tutti noi restavamo incantati ascoltando le sue storie, accompagnate da filmini
in super8 e fotografie in cui era ancora più evidente la differenza che
divideva noi da coloro che vivevano e vivono in posti dove regna la miseria,
dove ogni giorno si muore per la guerra e ancora più facilmente per fame.
Questi sono pensieri che mi hanno sempre colpito profondamente,
pensieri che mi hanno accompagnato nel corso degli anni facendo aumentare
continuamente la mia sensibilità e la curiosità di poter un giorno toccare con
mano certe realtà. Ogni occasione era motivo per apprendere notizie su realtà
diverse ma pur sempre tragiche per le situazioni e le condizioni in cui si
manifestano.
Oggi è arrivato il momento in cui tutti questi pensieri e queste
curiosità si possono manifestare con quello che io chiamo il “toccare con mano”.
Tanti anni fa ho conosciuto una persona straordinaria, per sensibilità
e capacità di sapersi donare al prossimo con tutta se stessa. Maria Luisa
Rotatori, missionaria laica, è una ex infermiera in pensione che anni fa ha
deciso di dedicare la sua vita a chi aveva bisogno di aiuto in giro per il
mondo. Conosciuta per caso, mi ha colpito da subito raccontandomi di ciò che
vedeva e trovava quando si recava i posti dove la gente soffriva e moriva anche
per le malattie più comuni. Ascoltavo i suoi racconti e il suo desiderio di
dare amore ed aiuto agli altri quando un bel giorno le ho detto: “Vuoi veramente diventare la nuova Madre Teresa”?
La sua risposta è stata: “Sento
che questa è la mia strada, la strada che il Signore mi ha indicato e che io devo percorrere”.
Ogni volta che tornava dall’Africa la chiamavo e restavo sempre
ammirato, colpito da tutte le esperienze che mi raccontava di aver vissuto. Lei
ripartiva e aspettavo il suo ritorno per sapere e conoscere ogni volta di più
la realtà che viveva e le difficoltà che doveva affrontare quando era lontana
da casa. Raccontava di grandi sacrifici ma nei suoi occhi, ogni volta, leggevo
una immensa soddisfazione per il lavoro che svolgeva. Scherzando le dicevo che
era matta a sacrificarsi così tanto per gli altri, che avrebbe dovuto pensare
un po’ più a se stessa e lei, sempre sorridente mi rispondeva: “ Per me non è un sacrificio, faccio quello
che mi sento di dover fare. Mi sento realizzata
e soddisfatta per il lavoro che compio tanto che tutti quelli per cui mi
adopero mi chiamano la Regina di Yakassé”.
Sembrava sempre imbarazzata quando parlava di quello che la gente di
Yakassé e dei villaggi vicini provava per lei. Non le è mai piaciuto vantarsi
di ciò che faceva ma, anzi, si preoccupava soprattutto di far sapere quanto ci
fosse ancora da fare, per aiutare tutti quei poveri disgraziati che a lei
chiedevano aiuto tutti i giorni.
Queste poche righe serviranno a ricordare solo una parte delle cose
viste e delle emozioni provate durante questa meravigliosa esperienza vissuta
in terra d’Africa insieme a Maria Luisa.
Lunedì 08 maggio
E’ arrivato il giorno della partenza. La notte è passata molto
lentamente, senza riuscire a dormire per l’attesa ed il pensiero di ciò che da
tempo avevo desiderato. Tutto il viaggio
con un solo pensiero: chissà come mi sentirò quando sbarcheremo ad Abidjan,
arrivato finalmente in questa terra così lontana ed alla quale non ho fatto
altro che pensare negli ultimi tempi. Atterriamo alle 23,40 dopo 10 ore di
volo, scalo a Casablanca compreso.
Come immaginavo, all’uscita dell’aeroporto è un caos totale per via dei
tassisti che ci circondano per accaparrarsi i clienti da trasportare.
Chiaramente questi clienti siamo noi, unici “bianchi” atterrati con questo
volo. Appena partiti dall’aeroporto, percorso meno di un chilometro, il primo
posto di blocco della polizia (che qui è onnipresente). Semplice controllo e
via che possiamo ripartire. Passano pochi minuti ed ecco un nuovo posto di
blocco, ma anche qui il tutto si risolve con un semplice controllo dei
documenti. Credevo che finalmente fosse tutto a posto ma dopo cinque minuti
ecco ancora la polizia che ci ferma; normale controllo come i precedenti ma, a
dimostrazione che la corruzione da queste parti regna sovrana, il poliziotto
chiede spudoratamente “qualcosa” per andare a prendersi un caffè. Di fronte ad
un diniego ha iniziato a creare problemi riguardo alle sigarette che portavamo
in macchina, sigarette che peraltro avevamo regolarmente acquistato in
aeroporto a Bologna prima dell’imbarco.
Maria Luisa ha avuto la forza ed il coraggio di non cedere alle
richieste e, onde evitare che il responsabile della pattuglia venisse a
conoscenza dell’accaduto, il poliziotto ha pensato bene di lasciarci
proseguire.
Sono in macchina abbastanza tranquillo ma comunque preoccupato per
Luisa che vedo e sento molto tesa. Era già preoccupata da un po’ di tempo e
questo primo impatto non ha certo contribuito a rasserenare i suoi pensieri.
Finalmente arriviamo al residence dove avevamo prenotato per il pernottamento,
con l’unico pensiero di poter passare una notte tranquilla cercando di riposare
dopo una dura giornata di viaggio.
Martedì 09 maggio
Sveglia alle 7,30 senza aver dormito molto. Mentre facciamo colazione
arriva Nestor, un signore che Maria Luisa
aveva contattato precedentemente. E’ un suo vecchio e fidato amico al quale si
rivolge ogni volta che si trova ad Abidjan. E’ un signore simpatico e
cortesissimo che poco dopo torna in albergo accompagnato dall’autista che ci
dovrà portare a Yakassé Feyassé.
Maria Luisa deve sbrigare delle commissioni ad Abidjan e verso le 11,30
partiamo alla volta della Missione di Yakassé.
Percorriamo
parecchia strada prima di uscire dal centro della città e fino a quel momento
siamo sempre stati in mezzo ad un caos incredibile di auto, taxi, pulmini e
tantissima gente che affolla strade e marciapiedi.
Mi colpisce, anche se immaginavo ciò che mi sarei trovato davanti al
mio arrivo qui, l’estremo stato di degrado e povertà che avvolge tutta la parte
di città che abbiamo attraversato. Una sequenza infinita di misere bancarelle,
molte delle quali senza addirittura nulla sopra per poter essere venduto,
davanti alle quali passa una marea umana senza fine.
Tanta, tantissima gente che cammina disordinatamente e che occupa marciapiedi
e strade senza alcuna distinzione. La povertà ed il degrado traspaiono ovunque
ma ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpito è la semplicità di questa gente
che vedo per strada; gente che sorride. Sorridono fra loro e soprattutto
sorridono a noi, quando i nostri sguardi si incrociano, anche se fugacemente
mentre passiamo con la macchina.
Usciamo dalla città ed inizia il viaggio per raggiungere Yakassé. Un
viaggio di circa
Intorno a noi solo foresta, foresta ed ancora foresta. Un mare di verde
vegetazione che sembra non finire mai, se non per far posto ogni tanto a
qualche isolato mercatino fatto di poche e povere bancarelle. Altra cosa che
non manca mai di incontrare per strada è la polizia, presente ovunque ma molto
più cortese rispetto ai poliziotti incontrati la sera prima.
Nei pochi spazi in cui la vegetazione scarseggia intravediamo capanne
che solo per spirito di carità chiamerò case. Ci sono bambini che corrono sulla
terra rossa, con qualche pecora che stancamente si muove vicino a loro.
Arriviamo ad Abengourou e ci fermiamo per cambiare i soldi che ci serviranno
nei giorni a seguire. In banca incontriamo un’amica di Maria Luisa; è stata la
prima donna che ha conosciuto quando è arrivata a Yakassé una decina di anni fa. Monique, così si
chiama, è una donna gentilissima dai lineamenti molto raffinati. Sorriso che si
manifesta in tutta la sua solarità non appena entra nella stanza dove la
stavamo attendendo; ho capito subito che tra lei e Maria Luisa doveva esserci
un rapporto particolare, proprio per il modo e l’affetto con cui l’ha salutata
ed abbracciata non appena l’ha vista. Un po’ di conversazione e poco dopo si
riparte per raggiungere
Finalmente scorgo il muro di cinta della Missione ed il cuore inizia a
pulsare con più intensità. Non dovrebbe essere così, non fosse altro perché ne
avevo parlato per tanto tempo ed avevo già visto tantissime foto della Missione. Al cancello c’è un
ragazzo che, appena vede Maria Luisa all’interno della macchina, si affretta a
salutarla non smettendo più di inchinarsi di fronte a lei. Maria Luisa lo
rimprovera per aver sbattuto troppo forte il cancello e lui continua ad
inchinarsi ancora di più. Un rispetto profondo che traspare dal modo in cui il
ragazzo la guarda e l’ascolta mentre lei lo sta rimproverando. Si apre il
cancello ed in fondo allo stradino che si presenta di fronte a noi c’è Suor
Renata che sta aspettando per darci il
benvenuto. Una donna esile e minuta dal viso dolcissimo che, sorridendo, ci fa
vedere l’interno della Missione mentre il tanto sospirato caffè sta iniziando
ad emanare il suo squisito aroma.
Ha inizio un andirivieni di gente che, sempre con un immenso sorriso,
ci dà il benvenuto. Nei visi di tutti quanti c’è la gioia per il ritorno di
Maria Luisa; lei ricambia tutti con affetto ed una parola di conforto. La
visita prosegue al nuovo ospedale costruito a fianco della Missione; è quasi
tutto pronto per essere funzionante, con attrezzature nuove che serviranno a
curare tante persone bisognose di cure ed aiuto.
Mentre ci stiamo riposando sul patio della casa delle suore, udiamo la
campanella che ci avvisa che la cena è pronta. Tutti a tavola con la gradita
sorpresa che Suor Renata ci ha riservato: spaghetti con sugo e peperoni,
semplicemente squisiti.
La giornata è stata lunga e faticosa, soprattutto per il viaggio che
abbiamo dovuto affrontare, e verso le 9,30 decidiamo di andare a dormire dopo
esserci rinfrescati con una doccia che ci solleva dall’incredibile caldo che
abbiamo sofferto durante tutto il giorno.
Mercoledì 10 maggio
Oggi è il giorno del primo vero grande impatto con questa nuova realtà,
realtà per la quale abbiamo deciso di vivere questa esperienza. Sarà una
giornata veramente particolare perché oggi verrà a trovarci Sonia, una
ragazzina che io e Luisa abbiamo adottato a distanza lo scorso Natale.
Sonia ha 20 anni e Maria Luisa tempo fa aveva chiesto se eravamo
disponibili ad occuparci di lei, facendo in modo che potesse affrontare senza
problemi gli studi nei quali ha dimostrato molta applicazione e rigore. Vive
con una parente ad Abengorou perché il suo padre naturale è morto e la madre
vive in un’altra città. Da tempo Maria Luisa ha preso a cuore la vita di Sonia,
cercando di aiutarla in ogni maniera possibile e spesso facendo fronte alle sue
esigenze con il proprio personale impegno economico.
L’emozione di incontrare Sonia è grande, ma cerco di stemperarla
pensando al fatto che stiamo per farle una sorpresa che sicuramente la lascerà
stupefatta: Sonia non è a conoscenza della nostra presenza alla Missione di
Yakassé. Lei verrà, convinta di incontrare Maria Luisa e Suor Renata ma non
certamente me e Luisa.
Sveglia alle 7 e dopo mezz’ora ecco la campanella che rintocca: la
colazione è pronta. Sempre a tavola tutti insieme, con Maria Luisa che è
arrivata per fare colazione insieme a noi e suor Renata con le novizie.
Terminata la
colazione arriva Arvai per accompagnarci in paese; ci incamminiamo per il
sentiero ed arriviamo sulla strada principale. Mi ero già dimenticato di come
fosse fatto l’asfalto ma in questo caso, di normale, c’è solamente quello. Ai
lati della strada tanta gente che sta raggruppata intorno ai chioschetti dove
si cucina e si vende ogni genere di cose. Ed è ancora una volta il momento in
cui mi rendo conto di quanto Maria Luisa sia amata e benvoluta da chiunque.
Tutti ci vengono incontro per salutarla, tutti si affrettano a dimostrarle con
quanta passione la stavano aspettando. Percorriamo
la strada e veniamo fermati continuamente. Ogni volto è espressione di amore e
rispetto, strette di mano, sorrisi, abbracci, baci e Maria Luisa ha per ognuno
di loro la preoccupazione di informarsi immediatamente della loro situazione
personale e delle rispettive famiglie.
Una processione continua di gente che arriva da ogni parte, gente che
esce dalle case per porgere un saluto; ci sentiamo chiamare da un lato
all’altro della strada ed ogni volta ci ritroviamo circondati da bambini ed
adulti festosi e contenti per rivedere di nuovo fra loro colei che per un mese
li aveva lasciati soli
Un tassista ferma la macchina in mezzo alla strada e ne scende,
lasciando la cliente che stava portando in auto, per salutare Maria Luisa e
sincerarsi che stia bene dopo la breve visita in Italia. Guardo Luisa e sono
felice di vedere che è affascinata da tutto quello che ci sta capitando; era
molto preoccupata di affrontare questo viaggio ma passano i minuti e mi accorgo
che, in mezzo a tutte queste manifestazioni di affetto, stima ed amore che
vediamo, inizia a sentirsi più a suo agio. Per ogni bambino che incontriamo mi sento dire: “Gli diamo una caramella?”. Io e Maria Luisa dobbiamo continuamente ricordarle
che, se solo provassimo a prendere le caramelle dalla borsa, verremmo
letteralmente circondati da una marea di bambini senza poi avere la possibilità
di poterli accontentare tutti. Anche io vorrei farlo ma decidiamo che è meglio
soprassedere.
Tanta, tantissima gente da vedere e salutare. Maria Luisa ci invita ad
entrare in alcune case perché vuole assicurarsi che le persone che vi abitano
stiano bene. Siamo andati a trovare anche il Prefetto di Yakassé che, appena ha
saputo della presenza di Maria Luisa ci ha accolto come se fossimo le persone a
lui più care.
Continuiamo la nostra camminata e mi rendo sempre più conto che qui, in
questo angolo sperduto del mondo, ogni cosa parla di Maria Luisa. C’è perfino
chi, a sua insaputa, le ha intitolato un giardino pubblico ed una scuola di
sartoria.
Arriviamo al mercato, che a Yakassé si tiene ogni mercoledì e domenica.
Un caos indescrivibile di persone, lungo i corridoi stretti che ci si presentano fra le bancarelle. Tanti
colori, tante donne che ci chiamano per invitarci a guardare le loro bancarelle
ed anche qui, come per tutta la mattinata, tutti che si sbracciano e gridano il
nome di Maria Luisa per rivolgerle un saluto di bentornata.
Il caldo e l’umidità stanno diventando insopportabili, si avvicina
mezzogiorno e l’aria sta diventando pesantissima. Nonostante la calura ed il
bruciore agli occhi per il sudore che mi cola dalla fronte, non vorrei uscire
da quel mercato.
Prima di partire, in Italia, parlando con un amico gli avevo confidato
l’intenzione di tenere un diario delle giornate che avrei trascorso qui in
Costa d’Avorio. Non ero sicuro del fatto che sarei riuscito a farlo e sentivo
che potevo non trovare il tempo per trascrivere ciò che avrei visto e vissuto.
Il mio amico mi ha detto che non avrei avuto problemi perché avrei trascorso le
mie giornate con uno spirito totalmente differente dalla normale vita di tutti
i giorni che siamo abituati a veder passare velocemente, piena di pensieri,
stress e preoccupazioni per il lavoro e la frenesia di dover arrivare a tutti i
costi prima degli altri.
Beh, mi sono trovato in questo mercato di Yakassé e non volevo più
uscirne. I miei occhi si muovevano velocemente perché sapevo che non potevo
restare ancora a lungo, non volevo perdermi nulla di tutto ciò che mi
circondava. Volevo imprimere nella mia mente ogni istante, ogni odore, ogni
figura ed ogni persona che mi si presentava davanti.
E’ stato in quei momenti che ho pensato nuovamente di non riuscire a
trovare il modo ed il tempo per ricordare ogni cosa. Volevo guardare e riguardare,
memorizzare tutto quanto temendo che qualcosa potesse sfuggirmi; i frutti, i
colori, i volti, i vestiti, le grida, i sorrisi, gli occhi di tutte quelle
persone che, nella loro estrema povertà, dimostravano una fierezza ed una gioia
di vivere che credo difficilmente si possa trovare in altri posti più evoluti,
ricchi e moderni di questo.
Purtroppo dobbiamo andarcene perché si sta facendo tardi ed anche
perché la campanella di Suor Renata suonerà di lì a poco. Ci attende una
squisita zuppa di piselli, una frittata enorme e tanta frutta fresca che
definire deliziosa è dire poco.
Mentre stiamo mangiando arriva Sonia, come previsto. Appena finito di
pranzare, insieme a Maria Luisa andiamo a salutarla senza però dirle subito chi
siamo. E’ una ragazzina carina, sveglia e simpatica con occhi che manifestano
una forte personalità (questo è ciò che mi ha colpito immediatamente di lei). I
suoi atteggiamenti mi fanno pensare ad una ragazzina che interiormente è
sicuramente più adulta della sua età naturale. Il primo impatto è stato così,
impressione forse avvalorata dai racconti che Maria Luisa ci aveva fatto di
lei.
L’emozione più grande arriva quando Maria Luisa dice a Sonia: “Loro sono due miei amici che sono venuti dall’Italia, si chiamano
Luciano e Luisa e sono il papà e la mamma che tu hai in Italia. Tu has
compris?”
Mi sale un nodo alla gola, guardo Sonia portarsi le mani alla bocca in
segno di stupore mentre i suoi occhi sembrano illuminarci, tanta è la gioia che
stanno manifestando.
La abbracciamo e gli istanti che seguono sono fatti di sguardi, occhi
che si cercano e trasmettono gioia e felicità per questo incontro che avrebbe commosso
chiunque. Ho difficoltà a trattenere le lacrime e cerco di calmarmi continuando
ad abbracciarla.
Continuiamo la nostra conoscenza regalandole dei piccoli e semplici
“pensieri” che le abbiamo portato per questa specialissima occasione.
Stiamo
all’ombra che durante il pomeriggio si affaccia davanti la casa delle suore per
cercare sollievo dal caldo afoso che ci angusta dalla mattina.
Suona il telefono di Maria Luisa, la stanno chiamando dall’Italia. E’
un suo conoscente che, incoscientemente, la informa di un terribile incidente
d’auto occorso ad un suo parente. Guardiamo Maria Luisa che sta al telefono
senza proferire parola e ci accorgiamo immediatamente che c’è qualcosa che non
và. La preoccupazione aumenta col passare dei minuti, appesantita dal fatto che
non si riesce a telefonare a casa in Italia per problemi alla linea telefonica.
Dopo che è riuscita a parlare con il figlio, Maria Luisa si mostra un po’ più
serena ma, conoscendola, so benissimo che non è affatto così. Fortunatamente
arriva gente alla Missione per parlare
con lei e questo la aiuta a pensare ad altro, questo almeno è ciò che spero.
Quando Maria Luisa sembra essersi calmata dall’angoscia che l’aveva
presa decidiamo di andare al magazzino dove c’è il materiale spedito
dall’Italia con il container, si trova non lontano dalla Missione e Sonia
decide di accompagnarci per restare ancora un poco in nostra compagnia prima di
tornare a casa, ad Abengourou.
Dopo un’ora circa torniamo alla Missione, giusto il tempo per
dissetarci e riposare un po’, prima di ripartire per andare nuovamente in paese
a trovare altra gente che Maria Luisa vuole incontrare.
Per Sonia si è fatto tardi ed è ora che faccia ritorno a casa; ci
salutiamo con grande commozione, e mentre ci abbraccia chiede quando potremo
incontrarci ancora prima della nostra partenza. Ci vedremo martedì, sapendo che
l’emozione sarà la stessa di quella provata qualche ora fa. Si allontana verso
il cancello e non smette di voltarsi per regalarci sorrisi colmi di felicità e
contentezza.
Ritorniamo in paese ed appena riconosce Maria Luisa, la gente accorre
da tutte le parti per salutare. Come sempre, dobbiamo farci largo tra i bambini che continuano a correrci intorno
gridando festosi, felici per ogni sorriso che doniamo loro ed ancora più urlanti quando vedono il flash
della macchina fotografica che immortala la loro contentezza.
Visitiamo parecchie famiglie ed ogni casa si svuota perché ognuno viene
in cortile per salutare e darci il benvenuto. Portano sedie o sgabelli per
farci accomodare, tutti vorrebbero offrirci qualcosa da bere o mangiare ma non
possiamo permetterci di accettare. Presso ogni famiglia s’è fatta un po’ di
conversazione, notizie sulla salute di ognuno, sulla situazione del lavoro (per
chi ne ha uno) e non c’è stato nessuno che, quando siamo venuti via, non abbia
voluto stringerci la mano sorridendo e continuando a ringraziarci per la
visita.
Vorremmo proseguire ancora ma non possiamo ritardare il nostro ritorno
alla Missione, Suor Renata ci attende. Altra succulenta cena prima di
riaccompagnare Maria Luisa a casa e darle la buonanotte. Davanti la sua casa
troviamo un gruppo di bambini che stanno studiando e terminando i compiti di
scuola, seduti ad un tavolino approfittando della luce di un lampione che
consente loro di poter leggere e scrivere.
Riguadagnamo il sentiero di casa, il tempo di augurare la buonanotte
anche a Suor Renata e via in camera per la tanto agognata doccia, prima di
poter ricordare tutto ciò che devo scrivere sulla stupenda giornata appena
trascorsa.
Giovedì 11 maggio
Dopo la colazione attendiamo che arrivi Antoine, un tassista che Suor
Renata e Maria Luisa conoscono da anni ed al quale si rivolgono ogni volta
hanno la necessità di doversi spostare con la macchina.
Andiamo ad Abegourou, servono delle provviste per
Maria Luisa e Suor Renata ci accompagnano al mercato, molto più grande
di quello che avevamo visitato ieri a Yakassé.
Tante, tantissime bancarelle, un mare di gente che ci guarda con
curiosità e che non posso fare a meno di fotografare. Anche qui mi accorgo che
Maria Luisa è conosciuta da tutti.
In tantissime bancarelle dobbiamo trattenerci un po’ di tempo perché
tutti vogliono parlarle. Camminiamo fra le bancarelle ed ogni tanto sento odori
fortissimi, spesso sgradevoli. I banchi dove si vende la carne sono colmi di
tranci ammassati uno sopra l’altro e, sopra a tutto quanto, un brulicare
spaventoso di insetti. E’ inutile dire che qui l’igiene è letteralmente
un’optional. Passando davanti ai banchi del pesce ci sentiamo costretti a
muoverci velocemente, tanto è forte l’odore di pesce e di fritto che arriva fino
a noi.
Luisa mi cerca continuamente con gli occhi e dai suoi sguardi
capisco che è impressionata quanto me da
tutto ciò che stiamo vedendo e vivendo. Anche qui colori, odori, volti, sorrisi
che ci colpiscono e che non vorremmo smettere mai di osservare.
Verso mezzogiorno torniamo a Yakassè, giusto in tempo per il pranzo.
Oggi alla
Missione ci sono i bambini che frequentano l’asilo; dopo pranzo resto da solo per un’ora e voglio vedere i bambini
dell’asilo di cui Maria Luisa mi ha parlato tantissime volte. A quell’ora li
trovo tutti sdraiati a terra in una stanza, sui loro stuoini, mentre stanno
dormendo per riposare.
Approfitto per scattare loro delle foto. Qualcuno si sveglia ma resta
in silenzio e, guardandomi incuriosito, risponde ad ogni mio sorriso con un
sorriso ancora più grande.
Torna Maria Luisa e decidiamo di provare ad assemblare una scrivania
che deve arredare un ufficio nell’ospedale della Missione. Mancano dei piccoli
componenti per terminare l’assemblaggio della scrivania e Maria Luisa decide di
andare in paese per farceli preparare da un fabbro al quale si è rivolta anche
in altre occasioni.
Riandiamo in paese accompagnati
da Adou, un ragazzone simpaticissimo che avevamo conosciuto l’altro ieri e che
frequenta spesso
Credevo che le sorprese fossero finite, almeno per oggi, ma mi
sbagliavo. Lungo una strada incontriamo una persona giovane, Maria Luisa ci
dice che si tratta del direttore della banca di Yakassé. Ben vestito,
educatissimo (come tutti qui), manifesta subito grande felicità nell’incontrare
Maria Luisa. Dopo essersi sincerato che tutto fosse a posto (non vedeva Maria
Luisa da più di un mese, quando era tornata in Italia), la informa che alcuni
suoi colleghi di lavoro hanno degli indumenti, loro e dei figli, che vorrebbero
consegnare alla Missione per far sì che possano essere donati a persone che ne
hanno bisogno. Ascolto attentamente il loro dialogo e non credo alle mie
orecchie per ciò che sto sentendo: gente umile e povera, gente abituata a
convivere con un destino fatto di carenze di ogni tipo e che, nonostante tutto,
sente il bisogno di donare quel poco che ha a persone ancora più bisognose di
loro. Guardo Maria Luisa, nei suoi occhi c’è tutta la felicità e la
soddisfazione di una vita trascorsa ad aiutare chi aveva bisogno di aiuto.
C’è la consapevolezza che il suo “messaggio” di aiuto e di pace ha
raggiunto lo scopo; le stesse persone che sono state aiutate ora sentono che è
giunto il momento di ricambiare. Ne sono sicurissimo, se potesse Maria Luisa si
metterebbe a piangere liberando in questo modo tutta la felicità che si sente
dentro. Sono però altrettanto certo che non lo farà mai in pubblico e, men che
meno, di fronte a me. Non importa che lo faccia, lei mi guarda e ha capito cosa
sto pensando; sa benissimo che io so cosa le sta passando nella testa e
soprattutto nel cuore.
Luisa mi guarda incuriosita, ha capito che è successo qualcosa di
particolare e quando le spiego l’accaduto non riesce a trattenere lo stupore
per questa che è la degna conclusione di una giornata stupenda. Non ho altro da
dire, cena e…buonanotte (il mio diario mi attende, stasera più che mai).
Venerdì 12 maggio
Questa mattina andiamo a visitare Yaobabikro, un paese sperduto fra la
foresta sulle colline intorno a Yakassé. Maria Luisa ci ha anticipato che si
tratta di un posto dove non c’è nulla, dove la gente vive nella miseria più
totale e dove lei si è già recata altre volte a portare una piccola parte degli
aiuti spediti qui dall’Italia.
Terminata la colazione arriva Arvai dicendoci che ha trovato una
macchina per poter affrontare il viaggio. Il paese dista circa una ventina di
chilometri dalla Missione e per arrivarci dovremo affrontare una strada
bruttissima. Sembrava tutto deciso quando invece sorgono dei problemi sul
prezzo da pagare al ragazzo che dovrà guidarci fin lassù. Dopo una lunga
trattativa stabiliamo un compromesso sulla cifra da pagare (3000 franchi invece
di 10000) e siamo pronti per partire. Oltre l’autista ci accompagneranno
Frederic, Albert e Julien, tre ragazzi che si riveleranno poi indispensabili
per raggiungere il villaggio dove ci dobbiamo recare.
Passiamo al magazzino dove sono depositati gli scatoloni con i vestiti
usati arrivati dall’Italia perché dobbiamo prendere le cose da portare con noi
al villaggio. Ai ragazzi che ci accompagneranno regaliamo delle camicie e dei
pantaloni (un capo a testa), questa sarà la loro ricompensa per l’aiuto che ci
daranno.
Finalmente partiamo con Luisa e Maria Luisa nell’abitacolo della
macchina insieme all’autista, io e gli altri tre ragazzi saliamo nel cassone
della macchina. Poco dopo inizia quello che potremmo definire un vero e proprio
safari. Una strada che definire orribile sarebbe dire poco, piena di buche e
crepe profonde anche mezzo metro. Sobbalzi continui mentre intorno a noi
vediamo solo foresta,foresta ed ancora foresta. Niente altro. Le buche sulla
strada occupano l’intera carreggiata e la macchina striscia continuamente sui
rami delle piante che arrivano fino al ciglio della strada; la chiamo strada
solo perché non riesco a trovare un termine adatto a descrivere quello che è
poco più di un sentiero. Ogni volta che attraversiamo una buca, naturalmente
piena di acqua e fango, ho il terrore che ci si possa ribaltare o restare “in
mezzo al guado”.
E’ ciò che infatti si verifica quasi subito e ad un certo punto,
attraversando una pozzanghera enorme, la macchina non riesce a proseguire. Il
motore per fortuna non si spegne (anche se sentiamo che non sta girando bene) e
mentre siamo fermi in mezzo all’acqua i tre ragazzi scendono per spingere e
smuovere la macchina da dove ci siamo impantanati. Li guardo annichilito
mentre spingono la macchina e vedo che
sono immersi nel fango che arriva loro fin sopra le ginocchia. Dopo un paio di
minuti la macchina è fuori dalla pozza e possiamo continuare. Poco più avanti
la strada si allarga ma è completamente allagata; scorgo un uomo con la
bicicletta che arriva dall’altra direzione e che, per permetterci di passare,
si spostato di lato. Quando l’abbiamo
incrociato mi sono reso conto che era in una pozzanghera, in piedi, con l’acqua
che copriva quasi interamente le ruote della bicicletta; la cosa più
incredibile è stata vedere che al nostro passaggio ci ha salutato con la mano
e, per giunta, sorridendo.
Qualche chilometro più avanti la strada è nuovamente allagata e con
tantissimi tronchi di alberi che sembrano
colmare l’enorme buca che dobbiamo attraversare. La macchina si ferma
proprio nel mezzo della buca ed intorno abbiamo solo acqua. I ragazzi scendono
di nuovo ed hanno dovuto faticare quasi venti minuti per riuscire a far muovere
la macchina da dove si era impantanata. Hanno rimosso tantissimi tronchi,
alzato e spinto la macchina, sempre restando immersi in circa un metro di acqua
e fanghiglia. Una gomma si buca e dopo averla sostituita ripartiamo.
Dopo tutte queste peripezie arriviamo al villaggio e lo spettacolo che
ci si presenta davanti è di quelli che fanno rabbrividire; case e capanne
costruite con malta e sassi, coperte con
un tetto fatto di pagliericcio. Qualche capra e qualche cane che gironzolano
stancamente per il caldo afoso che rende l’aria pesantissima. Niente luce,
niente acqua, niente di niente!
Mi viene di chiamarlo un posto dimenticato da Dio ma in questo caso Non
dimenticato da Maria Luisa. Una cosa fuori dal mondo, addirittura da non poter
immaginare che possa esistere.
Gli adulti ci salutano e si mostrano felicissimi di vederci, mentre i
bambini sembrano molto timorosi e timidi. Dopo un paio di minuti però la
situazione si trasforma e girando fra le capanne siamo continuamente seguiti da
uno stuolo di marmocchi che non ci abbandonerà più fino alla nostra partenza.
Tutti gli adulti del villaggio conoscono Maria Luisa e nei loro occhi è
impressa la certezza che la sua visita
darà loro un aiuto importante, nonostante le poche cose che siamo riusciti a
portare.
Io e Luisa ci guardiamo e restiamo sgomenti per le brutture che stiamo
vedendo. Questa non è miseria, è molto di più. Nel villaggio ci sono 1800
persone e tutti vivono come bestie; riusciamo a distinguere dove dormono le
persone e dove riposano gli animali solo perché all’interno di qualche stanza
scorgiamo delle vecchie stuoie che la gente usa per dormire in terra.
Da ogni capanna esce gente per salutare. Incontriamo una donna che nel
villaggio aiuta le partorienti, ha in braccio un bambino nato due giorni fa.
Presenta un grosso eritema al collo e lo fa vedere a Maria Luisa per sapere di
cosa si tratta e cosa serve per risolvere il problema. Maria Luisa le spiega
che deve curarlo con una pomata che le farà avere quanto prima e poi manda a
chiamare la madre del neonato. Le chiede quando è nato, se è andato tutto bene
e come si chiama il bambino. La madre e l’ “ostetrica” le confermano che è nato
due giorni fa ma nessuno ha ancora deciso come si chiamerà il bambino. Maria
Luisa, rivolgendosi alla madre, la rassicura e le promette che le farà avere la
pomata nell’arco di qualche giorno. Poi si raccomanda di tenerlo pulito (cosa
difficile da credere che possa verificarsi) ed infine le dice: “Visto che non avete ancora deciso il nome
da dare al bambino, da oggi si chiama
Luciano, come il mio amico che è venuto qui con me a farvi visita e a portarvi un piccolo aiuto”.
Quando parla mi guarda fisso negli occhi e sento un nodo alla gola mentre
pronuncia quelle frasi. Lei libera un sorriso disarmante e con lo sguardo mi
invita a guardare la madre del bimbo che stava annuendo compiaciuta. Sono senza
parole.
Gli abitanti del villaggio ci guidano nella visita della scuola e della
nuova casa della sanità che stanno ultimando, tutto questo mentre i bambini
continuano a circondarci e a mettersi in posa ogni volta che mi vedono
impugnare la macchina fotografica. Guardo continuamente Luisa e mi rendo conto
che è scossa e provata (quanto me) per la realtà che ci circonda.
Ci informano che è appena arrivato lo Chef del villaggio e che ci sta aspettando
per darci il benvenuto e dimostrarci il loro rispetto e la loro ospitalità.
Sotto l’ombra di alcune piante vengono sistemate delle sedie e ci sediamo tutti
in circolo per lo “scambio delle novelle e dei doni”. Noi tre, la famiglia
dello Chef ed i “portavoce”.
Molti degli abitanti del villaggio stanno in piedi dietro di noi ed
ascoltano in rispettoso silenzio lo svolgersi del cerimoniale. Lo Chef vuole
dimostrarci quanto tutto il villaggio ci è grato per la visita e l’aiuto
portato e, con nostra immensa sorpresa, veniamo ringraziati con regali in segno
di riconoscenza. Un pollo, una bottiglia di liquore, dei cocchi raccolti
appositamente per noi direttamente dalla pianta e qualche banana da poter
mangiare durante il viaggio di ritorno. Piccole cose ma molto significative,
considerando che ci sono state donate da chi vive in uno stato di miseria e
degrado che prima di stamattina non potevo nemmeno immaginare.
Tutte le persone presenti sono state invitate a manifestarci la loro
gratitudine anche con un grande applauso e grida gioiose di ringraziamento.
Un’applauso per ognuno di noi tre. Ho difficoltà a trattenere le lacrime, evito
di guardare Luisa ma so benissimo che lei ha già notato e capito cosa sto
provando. Lei sa che certe manifestazioni di affetto mi colpiscono in maniera
profonda.
Non vorrebbero più farci andar via, ma si è fatto tardi e dobbiamo
(anche se a malincuore) chiedere il permesso di poter ripartire.
Quando risaliamo in macchina ci piange il cuore, sarebbe stato bello
poter restare ancora ma ripartiamo con la consapevolezza che questa sarà una
mattinata impossibile da dimenticare; impossibile dimenticarla per tutta la
vita.
Nel viaggio di ritorno facciamo salire in macchina con noi una vecchia
signora che deve andare in città. Un altro piccolo aiuto, soprattutto per
questa anziana signora che altrimenti non sarebbe tornata a casa prima del
sopraggiungere della notte.
Arriviamo alla Missione dopo un’ora circa di viaggio, sempre
completamente immersi nella foresta, stupendo.
Ai ragazzi che ci hanno accompagnato abbiamo donato una busta intera di
caramelle da dividersi ed ho promesso che alla nostra partenza potranno tornare
alla Missione a prendere le magliette che lascerò appositamente per loro.
Nel pomeriggio, dopo aver mangiato della frutta, andiamo ancora in
paese a Yakassé. Maria Luisa vuole
portarci a visitare una zona fra le più degradate della città, quella abitata
dalla popolazione mussulmana. Anche qui una miseria da far rabbrividire, gente
che vive in mezzo ad un sudiciume pazzesco ma che, ancora una volta, ci
stupisce per la cordialità, il rispetto e la serenità con cui affrontano questa
vita così miserabile che il destino ha loro assegnato.
Tutti hanno qualcosa da chiedere a Maria Luisa, un favore, una
medicazione, una qualunque piccola cosa che possa essere di aiuto in momenti in
cui hanno problemi di salute o di lavoro.
Veniamo invitati a bere o a mangiare qualcosa in ogni casa che
visitiamo, ma come sempre, siamo obbligati a rifiutare.
Tornando verso
Dopo aver salutato le persone che vegliavano la salma sul palco ci
accomodiamo a sedere ed ecco che, a loro volta, tutti vengono verso di noi e ci
salutano, uno ad uno, stringendoci la mano, in segno di ringraziamento per la
visita che abbiamo loro recato. E’ giunto il momento di congedarci e,
accompagnati da Adou, chiediamo “la route” per poter far ritorno alla Missione.
Come sempre, la campanella di Suor Renata sta per suonare.
Dopo cena affiora tutta la stanchezza accumulata durante la giornata
che è stata lunghissima ma molto toccante dal punto di vista umano. Tra i tanti
posti visitati fino a prima di venire qui, solo Auschwitz-Birkenau mi avevano
toccato così profondamente.
Sabato 13 maggio
Nella mattinata andiamo al magazzino per preparare degli scatoloni con
vari indumenti. Ieri un signore aveva chiesto a Maria Luisa se riusciva a
procurargli un lettino per il suo bambino che non sapeva dove far dormire.
Anche ad altre persone era stato detto di passare in giornata a casa di Maria
Luisa per ritirare le cose che avremmo preparato.
Lasciati gli scatoloni a casa, Abdul ci assicura che consegnerà
personalmente il tutto a coloro che dovranno passare a ritirare gli indumenti.
Ci rechiamo al dispensario dove Maria Luisa svolge la sua attività
ospedaliera, aiutata da un medico e da un paio di infermiere, una delle quali
si chiama Anna Maria. Le condizioni dell’ospedale sono discrete ma pur sempre
misere, se paragonate alle strutture operanti nei così detti paesi sviluppati.
Incontriamo il medico della struttura che ,dopo una breve chiacchierata di
benvenuto, ci accompagna nella visita
dell’ospedale. Ci presenta una ragazza, appena tredicenne, che ha partorito
ieri e che troviamo sul suo letto mentre
cerca di allattare il neonato.
Insieme ad Anna Maria riprendiamo la strada che scende verso il centro
di Yakassè, salutandoci ci diamo appuntamento per domani mattina; la
ritroveremo in chiesa durante la messa perché Anna Maria canta e fa parte del
coro parrocchiale.
Immediatamente dopo il pranzo partiamo con il taxi di Antoine per
andare a Damé. Maria Luisa deve consegnare
del denaro che un ragazzo ivoriano residente in Italia le ha dato per
far sì che arrivino alla madre, in modo che possa affrontare le spese per la
casa nuova che sta costruendo.
Prima di tornare alla Missione siamo andati a far visita a Don Luca, un
prete missionario che viene dal Veneto e che lavora qui in Costa d’Avorio, ad
Agnibellekro, da circa cinque anni.
Mi rendo immediatamente conto che Don Luca è un grande “personaggio”,
dal suo sorriso di accoglienza capisco che è una di quelle persone che ha
trovato la sua dimensione in tutto ciò che sta facendo qui per questa povera
gente. Troviamo un ambiente accogliente e gioioso e ci sentiamo, anche qui,
come se fossimo a casa nostra.
Quando torniamo alla Missione siamo distrutti, la giornata è stata
davvero faticosa soprattutto perché siamo stati in viaggio nelle ora più calde
del giorno. Due chiacchiere dopo cena e riaccompagnamo Maria Luisa a casa;
tornati alla Missione restiamo volentieri a parlare con Suor Renata che ci
racconta i vari aneddoti e le tante vicissitudini che hanno dovuto affrontare
nel corso degli anni da quando sono
presenti a Yakassé.
Ogni volta che inizia un racconto Suor Renata sembra rilassarsi ed il
suo viso diventa più sorridente, sicuramente per la contentezza di poter
chiacchierare per un po’ di tempo senza il pensiero delle difficoltà a cui ogni
giorno deve far fronte.
Domenica 14maggio
Stamattina si va a messa. La chiesa è confinante con
Suor Renata ci ha avvisato che la messa sarà lunghissima, circa due
ore. Ogni parte della funzione viene ripetuta anche in dialetto perché molte
delle persone del villaggio non conoscono perfettamente il francese.
Al nostro ingresso in chiesa suscitiamo la curiosità e l’interesse di
tanti, piccoli e adulti. Dopo qualche minuto mi accorgo che intorno a me, ci
sono solo bambini, mi osservano incuriositi e ad ogni mio sguardo rispondono
con un sorriso. C’è una bambina che siede di fianco a me che si chiama Maria,
starà tutto il tempo con me; la tengo seduta sulle mie cosce mentre ogni tanto
osservo sua madre seduta a fianco che allatta la sorellina di pochi giorni.
Tutti pregano ed ogni volta che inizia un canto la gente comincia a
danzare mentre partecipa seguendo il coro. Una festa, nei volti della gente si
legge la passione e la gioia di essere presenti alla funzione, la gioia di
essere riuniti tutti insieme per partecipare con tanta devozione alla parola di
Dio.
Finita la messa saluto Anna Maria e mentre il coro intona un nuovo
canto, Maria Luisa ci dice che lo stanno cantando dedicandolo a noi.
Prima di pranzo
dobbiamo andare al magazzino per preparare altri scatoloni di materiale da
portare a Padegna, dove andremo nel pomeriggio.
Si presenta un ragazzo che avevamo incontrato ieri, un giovane che ha
perso una gamba e cammina grazie ad un arto artificiale. Frequenta un corso di
cucito e Maria Luisa gli dona una
macchina per cucire, elettrica, in modo che possa proseguire e applicarsi
meglio nell’attività che andrà a svolgere.
Dopo pranzo Maria Luisa deve consegnare delle magliette da calcio a dei
ragazzi di Yakassé, magliette che sono state raccolte attraverso Luigi, grande
amico di Maria Luisa, da una società calcistica di Corinaldo; tutti
estremamente felici per il bel dono ricevuto e pronti a mettersi in posa per la
foto di gruppo con le magliette indossate.
Poco più tardi arriva a prenderci Jacques, andiamo a Padegna con la sua
macchina. Dista solo un paio di chilometri ma la strada è tutta in salita e non
riusciremmo a portarci gli scatoloni che abbiamo preparato.
Anche qui, come sempre, i saluti allo Chef del villaggio con il
racconto delle novelle ed i ringraziamenti per la visita. Lasciamo i nostri
doni per la comunità del villaggio insieme ad un sacchetto di caramelle che poi
lo Chef distribuirà a che ne ha più bisogno.
Passeggiamo per le strade del villaggio e ci rechiamo a trovare Kakutier, un produttore
di cacao che abita in una bella casa vicino al centro del villaggio. Grande
ospitalità, grande gioia nel vederci arrivare. Tutti in salotto a chiacchierare
ed è impossibile rifiutare il suo invito a bere qualcosa in compagnia.
Accettiamo, anche perché ci ha offerto delle bibite in bottiglia, sicuri che
non correremo alcun rischio nel bere qualcosa che non sia quello della
Missione.
Kakutier ci racconta, entusiasta, che il mese prossimo andrà in
Germania per seguire i mondiali ci calcio. Per l’occasione ha fatto preparare appositamente
tantissime tavolette di cacao da regalare, il tutto come forma pubblicitaria
per il prodotto nazionale che appunto
lui produce. Vuole farci visitare il deposito in cui fa lo stoccaggio del cacao
lavorato prima della vendita. Ci riavviciniamo alla macchina mentre siamo
costantemente seguiti dai tanti bambini del villaggio, sempre pronti a mettersi
i posa per poter essere fotografati.
Luisa decide di donare loro le caramelle che ci eravamo portati
appresso e si scatena il finimondo, per un paio di minuti è letteralmente
assalita dai bambini. Tutti accalcati addosso a lei e l’unica maniera per
riuscire a venirne fuori è quella di lanciare le caramelle lontano. Tutti i
bambini corrono via per accaparrarsi i tanto sospirati dolci e così possiamo salire
i macchina e partire.
Quando torniamo alla Missione è quasi ora di prepararsi per la cena ed
ancora una volta il “ristorante da Renata” non si smentisce per servizio e
qualità impeccabili.
Dopo cena, per la prima volta da quando siamo qui, Suor Renata viene
insieme a noi ad accompagnare Maria Luisa a casa. Una buona occasione per
svagarsi un po’, fare una passeggiata in tranquillità e chiacchierare sulla
giornata appena trascorsa.
Lunedì 15 maggio
La mattina restiamo a Yakassé e andiamo a trovare i bambini che
frequentano il vecchio asilo situato di fianco alla Missione. Non è seguito
dalle suore ma al nostro arrivo tutti i bambini iniziano a cantare e saltare
per la gioia di vedere Maria Luisa fra loro. Altra occasione per restare
impressionato dall’amore con cui viene accolta ogni qual volta si presenta fra
gli abitanti di Yakassé, piccoli o grandi che siano. Canti, balli e, anche qui,
grande festa con le caramelle che doniamo loro. Ci salutano intonando il coro
che abbiamo sentito e che sentiremo ancora decine e decine volte: “Maria Luisa, ohh ohh, Maria Luisa, ohh ohh….”. E’ lei
Torniamo alla Missione, mentre Maria Luisa deve preparare delle cose a
casa sua voglio fare le foto con i bambini dell’asilo. Non sono tutti presenti
ma ce ne sono abbastanza. I bambini ormai ci conoscono perché ci hanno visti
tutti i giorni ma, appena arriviamo, ci troviamo di fronte alle solite
incredibili scene di gioia. Occhi che brillano, sorrisi che non possono non
toccarci il cuore; tutti vogliono essere accarezzati, abbracciati e baciati. Ad
ogni passo sento mani che mi stringono, tutti con le braccia protese in alto
per voler essere sollevati in braccio. Una caramella ad ognuno di loro e non
serve che ci dicano grazie, i loro occhi dicono molto più di mille parole.
Sanno già che faremo le foto e tutti vogliono starci accanto, è
impossibile resistere al loro entusiasmo. E allora tutti seduti a terra, uno
accanto all’altro mentre tra uno scatto e l’altro ci sediamo in mezzo a loro.
Tutti hanno ancora la caramella ricevuta prima,nessuno l’ha ancora
mangiata. La scartano lentamente, un paio di leccate e li vediamo che la
riavvolgono nuovamente con cura per far sì che duri il più a lungo possibile.
Guardo Luisa e so già cosa sta pensando, vorrebbe coprirli di doni, di
caramelle e di ogni altra cosa ma tutti due sappiamo che non è fattibile.
All’ora di pranzo arriva Maria Luisa con i bigodini in testa, occasione
troppo ghiotta per non scattare una foto. Al primo lampo di flash guardo Suor
Renata che ride; è bellissimo vederla ridere, riesce a trasmettere una gioia
incredibile ed il viso le si illumina.
Nel pomeriggio ci rechiamo a Duffrebo, un paese ad una decina di
chilometri sopra Padegna. Ci andiamo con il furgone di “Schumacker” perché la strada
è brutta quasi quanto quella che abbiamo fatto per andare a Yaobabikro. A
Duffrebo c’è una Missione dove opera Don Elvio, collegata alla Missione di Agnibellekro
dove eravamo andati a trovare Don Luca. Hanno un bellissimo complesso con una
casa ben rifinita ed una chiesa enorme, oltre agli alloggi per ospitare
seminaristi o persone che in certi periodi vi si recano per fare raduni. Hanno
anche una bellissima campana che è arrivata loro in dono con la raccolta di
denaro fatta dalle parrocchie che collaborano con la loro Missione; verrà
issata alla cima di un campanile di
Suor Renata e Maria Luisa non hanno resistito alla tentazione di farla
suonare. Una serie di potentissimi rintocchi da doversi tappare le orecchie,
tanto è forte il suono che emette.
Sulla strada del ritorno diamo un passaggio ad una “autostoppista”,
come sempre, sovraccarica di cose da portarsi a casa dalla giornata trascorsa
in mezzo alla foresta.
Quando arriviamo a Yakassé si sta facendo sera e prima di rientrare
alla Missione passiamo a vedere se il signore che doveva venire a ritirare il
lettino per il suo bimbo è a casa, rammentandogli che il pacco preparato per
lui è pronto a casa di Maria Luisa.
Come al solito grande cena e più tardi, anche stasera insieme a Suor
Renata, accompagnamo Maria Luisa a casa. Di nuovo i ragazzi che studiano alla
luce del lampione che c’è all’angolo del sentiero e, appena apriamo il cancello di casa, ecco
Sabrina che ci corre incontro per salutarci. Dovremmo essere noi a coccolare
lei, invece sembra che succeda il contrario. La sua gioia vince sul nostro
piacere di vederla, come succede ogni sera quando ci presentiamo qui.
Dipendesse da lei, dovremmo restare a giocare fino a mattina ma dobbiamo
tornare alla Missione.
Martedì 16 maggio
Piove. Maria Luisa e Suor Renata devono andare ad Abengourou e tutti
insieme andiamo a trovare il Vescovo. Non lo troviamo a casa (bellissima,
immersa in un parco stupendo) e ci dicono che dovremmo trovarlo in ufficio che
non dista molto da dove ci troviamo. Dobbiamo fare un po’ di “anticamera”
perché il Vescovo è impegnato per un incontro con un parroco ma quando ci
riceve si scusa e si mostra molto disponibile e felice per la visita. Fuori
intanto continua a piovere e ci congediamo dal Vescovo perché Suor Renata deve
sbrigare delle commissioni in centro mentre io, Luisa e Maria Luisa vogliamo
andare a fare un giro al mercato della città. Sono dispiaciuto per il fatto che
piova perché avremmo potuto passare più tempo all’interno del mercato, sempre
pieno di colori e stracolmo di gente. Ci fermiamo a comprare delle stoffe
locali, saranno i nostri piccoli regali da portare a casa in ricordo di questa
bellissima esperienza.
Per ogni stoffa che scegliamo parte una trattativa pazzesca sul prezzo
da pagare, sembra di essere in spiaggia a casa nostra quando fra gli ombrelloni
girano i “vu cumprà” per vendere i loro orologi, cd e collanine varie.
Torniamo alla Missione e quando abbiamo finito di pranzare arriva
Sonia.
Oggi è il giorno in cui sarebbe venuta a salutarci prima della nostra
partenza. Tutti noi sappiamo che oggi sarà una giornata felice e triste allo
stesso tempo, rivederla e doverla salutare senza sapere quando potremo
rivederci nuovamente ci fa male. Sonia non ha pranzato perché non voleva
arrivare tardi e allora Maria Luisa le prepara un piatto con qualcosa da
mangiare. La vedo felice, raggiante per essere di nuovo qui con me e Luisa.
Siamo in camera a preparare i bagagli per domani e guardo Luisa e Sonia
che parlano (se non si capiscono a parole si capiscono con gli sguardi), vedo
che Sonia è felice, molto felice. I suoi occhi non stanno fermi un attimo, ci
parla, ci guarda e sorride, sorride continuamente. Luisa le ha dato le cose che
aveva portato per lei da casa, magliette colorate, camicette e poco dopo
torniamo nel giardino per fare delle foto prima che arrivi il momento triste di
doverci lasciare. Maria Luisa è felice quanto noi tre, tiene molto a Sonia e si
è sempre preoccupata molto per lei. Vorrei non smettere mai di scattare
fotografie e continuo ancora, come per allontanare il tempo del nostro
distacco.
Arriva Pascal, un ragazzo che abita vicino alla Missione; ogni tanto
viene a portare della frutta e ortaggi
per Maria Luisa. Lei mi chiama e dice che Pascal vuole parlare con me, mi
consegna un foglio con il suo indirizzo e una sua foto dicendomi che sarebbe
felice se ogni tanto potessimo scriverci una lettera. Vorrebbe comunicare con
qualcuno che non sia del posto, per farsi nuovi amici e fare nuove conoscenze
ed inoltre, con mio grande stupore, dice a Maria Luisa che quando tornerà in
Italia dovrà avvisarlo perché se ne avrà la possibilità vorrà mandarmi un
piccolo regalo in segno di gratitudine per la visita che abbiamo fatto loro a
Yakassé.
Mentre mi parla lo guardo e vedo che è felicissimo quando gli dico che
sarò contento di scambiare qualche lettera con lui. Maria Luisa mi guarda
compiaciuta e nel suo sorriso c’è tutta la soddisfazione, ancora una volta, di
aver raggiunto lo scopo di far avvicinare le persone, di annullare le distanze
fra di noi, gente lontana e diversa per usi, costumi e modo di vivere. Come le
ho sempre sentito dire, siamo tutti fratelli, bianchi o neri che siamo.
Ridiamo e scherziamo ma quando Maria Luisa ricorda a Sonia che si sta
facendo tardi ecco che un nodo mi sale alla gola. Guardo Luisa e Sonia e vedo
che anche i loro sguardi si sono fatti tristi. Sonia non parla più, ci guarda e
basta. Sul suo viso c’è tutta la tristezza del momento, il dispiacere di dover
andare via e non sapere quando potremo rivederci ed abbracciarci.
Le abbiamo promesso che le faremo avere le foto scattate insieme,
gliele manderemo attraverso Maria Luisa quando rientrerà in Italia alla fine
dell’estate. Ha voluto il nostro indirizzo di casa, telefoni, la nostra e-mail
(ha detto che ad Abengourou ha la possibilità di collegarsi ad internet
rivolgendosi ad un net-center), tutte possibilità ulteriori per riuscire ad
avere un contatto maggiore.
Sonia ci abbraccia e i suoi occhi diventano lucidi, non vorrebbe andar
via e ci pensa Maria Luisa con un perentorio “dai, adesso vai che è tardi. Salutali e vai!”. Poteva sembrare una
cattiveria ma mi sono reso conto che Maria Luisa ha fatto la cosa giusta; fosse
dipeso da noi avremmo continuato ancora. La guardiamo allontanarsi verso il
cancello e non riesco a trattenere le lacrime fino a poco prima soffocate con
grande sforzo. Mi volto e accendo una sigaretta camminando avanti e indietro ma
la tristezza per vedere Sonia andar via non passerà molto facilmente.
Sta arrivando il momento dei saluti per tutti noi ed anche Maria Luisa
non è più la stessa; sa che domani dovremo partire e le si legge negli occhi la
gioia per averci avuto qui, insieme alla tristezza di vederci andare via. Un
intreccio di emozioni e di sensazioni che si accavallano, sorrisi pieni di
gioia e sguardi tristissimi sapendo che da domani sarà nuovamente sola, qui, in
mezzo a questi disgraziati dimenticati da tutto e da tutti che però saranno
felici di avere ancora e per sempre la loro Regina.
Dopo la cena Suor Renata viene nuovamente con noi ad accompagnare Maria
Luisa a casa. Dobbiamo salutare Sabrina, il papà e la mamma per la bellissima
ospitalità che abbiamo ricevuto. Sabrina salta e sorride, ci corre incontro e
quando auguriamo la buonanotte le facciamo promettere che verrà a salutarci
alla Missione domattina prima della nostra partenza; la madre dice che verrà
sicuramente.
Quando andiamo a dormire ripensiamo all’esperienza vissuta in questi
splendidi 10 giorni e, nonostante le bellissime emozioni provate, la tristezza
inizia a prendere il sopravvento. So già che domani piangerò, domani non
riuscirò a ridere e far sorridere come ho fatto durante tutto il tempo
trascorso qui.
Mercoledì 17 maggio
Sveglia prestissimo per controllare con calma di aver preparato tutto e
non dimenticare niente. Appena finita la colazione ecco che arriva Sabrina,
bellissima come sempre. Oggi è mercoledì e non c’è l’asilo ma Sabrina è venuta
lo stesso per salutarci, come promesso.
Aiuto Antoine a caricare le valigie in macchina e quando arriva il
momento di salutare Suor Renata ho un’anticipo di ciò che proverò stasera
quando dovrò salutare Maria Luisa. Abbraccio Suor Renata e le uniche parole che
riesco a dire, soffocate dalle lacrime che iniziano a scendere, sono: “Grazie di tutto”. Non riesco a parlare,
la stringo forte senza riuscire a dirle nient’altro.
Saliamo in macchina e partiamo ma le lacrime non si fermano, è proprio
un brutto momento e sono sicuro che tutta la giornata sarà segnata dalla
tristezza del pensiero di dover tornare
a casa. Antoine continua a guidare sicuro mentre noi tre restiamo muti, assorti
nei nostri pensieri e nella nostra tristezza per circa un’ora.
Facciamo una sosta per comprare della frutta presso un mercatino che
troviamo lungo la strada. Una lunga fila di bancarelle dove veniamo invitati ad
acquistare qualcosa; tutti ci vengono vicino cercando di farci comprare le loro
cose. Il tempo di fumare una sigaretta e via che ripartiamo, la strada è ancora
lunga prima di arrivare ad Abidjan.
Maria Luisa ci chiede continuamente se siamo certi di voler prendere
l’aereo per tornare a casa, ma sa benissimo che non potremmo decidere
altrimenti. Sa anche però che l’esperienza che ci ha fatto vivere ci segnerà
tantissimo e, soprattutto, per sempre.
Quando arriviamo ad Abidjan sono circa le 13 e, dopo aver depositato i
bagagli in albergo e mangiato qualcosa, andiamo a visitare il mercato di
Cocody; un bazar incredibile di negozietti con corridoi strettissimi da
percorrere e dove sembra mancare l’aria.
Un’ammasso pazzesco di mercanzia ed oggetti di artigianato di ogni
genere ed anche qui siamo continuamente chiamati per farci guardare le cose in
vendita ed acquistare qualcosa.
Quando usciamo Maria Luisa ci porta a casa del Ministro delle Foreste
perché deve parlare con lui e con la moglie. Accolgono Maria Luisa come se
fosse una persona di famiglia, con grande amicizia e rispetto.
Prima di tornare in albergo per la cena (un panino ed un po’ di frutta)
andiamo a far visita anche a Suor Angela e Suor Olga, due sorelle che fino a
poco tempo fa erano alla Missione di Yakassè e che ora si sono trasferite ad
Abidjan per frequentare degli studi. Due persone squisite, solari e
simpaticissime. Alla vista di Maria Luisa sembrano impazzite di gioia, tanto
sono felici di rivederla.
Sprizzano felicità e gioia da tutti pori, i loro occhi danno l’idea di quanto le vogliano bene e
siano attaccati a lei. Io e Luisa continuiamo a guardarci mentre le vediamo
felicissime e sorridenti; è un bel momento, ci ripaga della tristezza che ci ha
posseduto per l’intera giornata da quando siamo partiti da Yakassé.
Torniamo all’albergo per mangiare qualcosa e poi partiamo per
l’aeroporto. Il viso di Maria Luisa si intristisce sempre di più, le si legge
addosso quanto sia addolorata per la nostra partenza. In aeroporto mi sforzo di
essere tranquillo e sorridente ma non ci riesco ed ogni volta che incrocio lo
sguardo di Maria Luisa vorrei non doverle dare questo dispiacere.
Ci accompagna fino alla sala d’imbarco e ci saluta stringendoci
entrambi fortissimo. Le sue braccia cingono me e Luisa come se non volesse
staccarsi da noi, un abbraccio che sembra non terminare mai.
Maria Luisa ha gli occhi lucidi e ci guarda dicendoci che non si
volterà indietro mentre se ne andrà. La guardo allontanarsi lungo il corridoio
camminando lentamente e non riesco a smettere di piangere. Quando arriva in
fondo, però, si volta e ci saluta nuovamente. Ho appena la forza di alzare il
braccio per rispondere al suo saluto mentre ho gli occhi pieni di lacrime.
Avrei potuto scrivere e magari ricordare tante altre cose, ma le
emozioni vissute sono state tantissime e raccolte nel volgere di troppo poco
tempo. Mi sono sforzato cercando di non tralasciare nulla ma per me è
difficile, se non impossibile, riuscire a descrivere tutte le sensazioni
provate. Ci sono cose per cui non riesco a trovare le parole, sentimenti ed
emozioni che ho difficoltà a descrivere, tanto sono stati forti ed intensi.
Sono comunque felice e sicuro che niente e nessuno potranno portarmi
via quello che Maria Luisa è riuscita a darmi e farmi sentire.
Grazie di
tutto, Regina di Yakassé. “Ti voglio
bene”.
Luciano